La solidarietà al tempo del Covid-19: i cuochi fiorentini nelle cucine della Caritas

"La chiamata alle cucine" degli chef fiorentini per aiutare i più bisognosi

Paolo Gori della trattoria Da Burde

Guanti, mascherine e fornelli accesi, i cuochi fiorentini sono scesi in campo per i più bisognosi. Ogni giorno cucinano tra i 1.500 e i 1.600 pasti caldi nella cucina della Caritas in via Baracca. In queste settimane di divieti e chiusure sarebbero stati in centinaia a non avere del cibo vero. "Molti dei volontari sono pensionati o comunque persone con un'età e seguendo le direttive della Protezione civile abbiamo deciso di non farle venire ad aiutarci - spiega il diacono Luca Orsoni, responsabile dell'Area giovani - per questo abbiamo lanciato un appello. Hanno risposto almeno 360 persone, più alcuni che facevano già parte dell'associazione. E proprio dal nostro appello per sostituire i volontari più anziani che è nata la collaborazione con alcuni ristoratori". Le adesioni sono state talmente tante, soprattutto tra i giovani, che tutti i turni fino al 5 aprile sono stati coperti, alcuni operatori sono stati lasciati in "riserva, per le prossime settimane, non sappiamo come andrà la situazione" ha aggiunto Orsoni.

I ristoranti che hanno risposto alla chiamata hanno messo a disposizione la loro arte e molte delle merci che avevano acquistato per i locali. "Carne, verdura e ciò che non avremmo potuto conservare l'abbiamo portato nella cucina - racconta Paolo Gori della trattoria Da Burde, lo chef zero dell'iniziativa -. Noi che lavoriamo in questo ambiente abbiamo tutti i requisiti (haccp, dimestichezza, velocità etc) quindi eravamo la scelta migliore per aiutare la Caritas". "Numerosi centri cottura hanno dovuto chiudere, quindi la mensa di via Baracca si è trovata a gestire molti più utenti, inoltre la maggior parte dei volontari sono over 65 e non possono mettere a rischio la loro salute".

Il gruppo degli Chef Toscani è formato da 25 esperti del settore che preferiscono rimanere anonimi, il loro gesto d'altruismo è anche un modo per "svoltare di testa" come dice Gori: "Siamo a conoscenza dei possibili rischi, ma stiamo attenti. Non so come faremo a ripartire dopo la chiusura, ma almeno sappiamo cosa fare e come tenerci impegnati". Si dividono in due turni: in 3 o 4 vanno la mattina a preparare il cibo che per "la maggior parte arriva dalla Comunità europea (eccedenze agricole ad esempio) e dal mercato ortofrutticolo di Novoli" e nel pomeriggio in 2.

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La parte più complessa e impegnativa è al creazione dei cestini: non è possibile mangiare nella mensa per motivi di sicurezza, per questo ogni pasto deve essere sigillato e riposto in un paniere che sarà poi consegnato a chi ne ha bisogno. "Le nostre  non sono persone facili ed è successo che si siano creati degli assembramenti - aggiunge il diacono - noi stiamo cercando di mantenere ordine e sicurezza per tutti".

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