Immigrazione: scoperto business per i permessi dei rifugiati 

Letti "affittati" ai migranti all'interno dell'occupazione nella struttura religiosa

Residenze false per ottenere il rilascio di permessi di soggiorno per motivi umanitari e poter così viaggiare liberamente sul territorio europeo. Sarebbe questo il meccanismo escogitato da alcuni cittadini extracomunitari che ha visto il rinvio a giudizio dal gup di un sudanese e sei cittadini somali accusati di falso materiale e ideologico. 

La sezione criminalità organizzata della squadra mobile, coordinata dalla direzione distrettuale antimafia (DDA), da anni stava svolgendo accertamenti sulla vicenda dopo alcune anomalie riscontrate su questioni inerenti i titoli dei rifugiati. I sette, di età compresa tra i 27 e 57 anni, sono accusati di aver favorito in modo illecito il rilascio di documenti per così ottenere permessi di soggiorno e titoli di viaggio. Le indagini, andate avanti dal 2015 al 2018, hanno visto un lavoro intenso con perquisizioni e intercettazioni telefoniche.

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La donna al centro della vicenda

Di particolare interesse è risultata essere la posizione di una 57enne somala, che gestisce tre negozi nel centro città in un punto di forte passaggio per le comunità straniere. Da quanto emerso, sarebbe stata la 57enne a vestire il ruolo di cabina di regia dando indicazioni ai connazionali su dove farsi trovare dai funzionari dei Comuni per fingere di avere la residenza in determinati appartamenti della provincia di Firenze (Reggello, Figline, Fiesole e il centro storico di Firenze). Dalle investigazioni non sarebbe però emerso in maniera nitida l'eventuale prezzo della prestazione o di un'ipotetica tariffa.

In realtà, sebbene quindi figurassero alloggiati nei suddetti appartamenti, si è scoperto che coloro che volevano ottenere i permessi, proveniente da tutta Italia, vivevano in strutture occupate e si rifocillavano alle mense dei poveri. Tra queste strutture anche quella dei Gesuiti di Via Spaventa, occupata nel 2017 da esponenti del Movimento Lotta per la casa e alcuni migranti che avevano abbandonato il capannone ex Aiazzone dopo un grave incendio in cui morì un somalo di 44 anni. Struttura religiosa, poi "liberata", i cui posti letto sarebbero stati affittati per circa 10 euro a notte. 

Coloro che si rivolgevano agli indagati avrebbero avuto interesse nell'ottenere, dopo aver ottenuto un titolo di soggiorno per motivi umanitari, una regolarizzazione con il permesso di soggiorno (per cui serviva appunto un certificato di residenza) per poi magari richiedere un titolo di viaggio. Ultima attestazione per poi viaggiare in Europa senza alcuna restrinzione. 
 

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