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Festa del papà: perché si festeggia il 19 marzo e da dove nasce la parola "babbo"

Le curiosità legate alla festa che celebra la figura dei padri e il loro ruolo nella famiglia e più in generale nelle società

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Il 19 marzo in Italia si celebra la Festa del Papà, una ricorrenza nata per celebrare i padri e il loro ruolo nella famiglia e più in generale nelle società. Ma perché si festeggia proprio il 19 marzo? E quando cade la festa del papà nel resto del mondo? Innanzitutto occorre spiegare che non c'è un giorno unico, ma ogni paese la declina in base alla sua storia e alle sue tradizioni. In Italia la scelta del 19 marzo per istituire questa giornata è dovuta a motivi religiosi.

Nel calendario della Chiesa si celebra infatti in questo giorno San Giuseppe, padre putativo di Gesù e simbolo della figura paterna. La festività fu poi inserita nel calendario romano da Papa Sisto IV, mentre successivamente, nel 1871, San Giuseppe fu nominato protettore dei padri di famiglia dalla Chiesa cattolica. In Italia, fino al 1976, il 19 marzo era considerato festivo anche agli effetti civili, fino alla soppressione avvenuta nell'anno seguente. San Giuseppe, secondo la tradizione, protegge anche gli orfani e le giovani nubili. Nella festività è tradizione in Sicilia invitare i poveri a pranzo. In zone diverse si fa coincidere questa ricorrenza con la fine dell’inverno. Fra i primi a festeggiare il santo in questa data ci sono stati i monaci benedettini nel 1030, i Servi di Maria nel 1324 e i francescani a partire dal 1399.

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Perché in Toscana si dice "babbo"

In Toscana e a Firenze la parola "papà" è quasi vietata. La figura paterna infatti viene quasi esclusivamente identificata con "babbo". In alcune parti d'Italia la parola "babbo" è un'offesa, ma i toscani non sono gli unici a chiamarlo così. Viene usato anche in Emilia Romagna, in Umbria, nelle Marche, nel Lazio settentrionale e in Sardegna. Ma da dove nasce questa espressione?

L’italiano moderno, accanto a “papà”, accetta anche questa forma familiare affettiva, presente in tutti i dizionari: entrambe le parole infatti costituiscono due “forme tipiche del primissimo linguaggio infantile, costituite dalla ripetizione di una sillaba, perlopiù formata dalla vocale a e da una consonante bilabiale (p, b, m), i suoni più facili da produrre per i bambini”, scrive l’Accademia della Crusca. Mentre però l’espressione “papà” risulta essere un francesismo, diffuso già nel Veneziano del XVIII secolo, “babbo” invece è una espressione autoctona, ovvero assolutamente locale. 

Per questo motivo la parola "papà" è usata più nelle regioni del nord, in quanto si tratta di un termine prestato dalla lingua francese, mentre "babbo", essendo nato nella culla della lingua italiana, è rimasto in uso a Firenze e in Toscana. Col passare degli anni poi l'espressione "papà" ha soppiantato "babbo", in quanto nell'Ottocento era utilizzato dalle classi sociali più elevate mente "babbo" era relegato all’uso familiare e comunque più popolare. 

Insomma, una querelle che ancora si prolunga ai giorni nostri. Oggi, conclude la Crusca, così come è stata accettata l’origine francese del termine “papà”, ipotesi sostenuta anche dal suo configurarsi come un "balbettamento" infantile per dire padre, allo stesso modo l’espressione “babbo” è divenuta un regionalismo, diffuso soprattutto in Toscana, mentre in alcune zone del meridione viene usato in senso dispregiativo, diventando sinonimo di “stupido”. Curioso però come quasi tutta l’Italia preferisca di gran lunga l’espressione “Babbo Natale”, ripresa tanto nei libri quanto nelle pubblicità televisive. 

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