Giovedì, 24 Giugno 2021
Politica

Terremoto Pd: a 'Sestograd' in 400 dicono di no al sindaco Sara Biagiotti

Tutto esaurito all'assemblea convocata dagli 8 'ribelli' che hanno sottoscritto la mozione di sfiducia contro il sindaco. "Non ci fermiamo", dicono. Intanto a Sesto Fiorentino arriva il 'primo' commissario, quello del Pd: Lorenzo Becattini

“Se prima eravamo in otto a ballare l'hully gully, adesso siamo in 400 a ballare l'hully gully”. Edoardo Vianello, dopo l’otto ha messo il nove e così via. Nella rossa ‘Sestograd’ invece, all’Unione Operaia di Colonnata, la casa del popolo, hanno rifatto le proporzioni. Sì perché ad ascoltare gli otto consiglieri del Pd di Sesto Fiorentino (Giulio Mariani, il capogruppo Diana Kapo, il presidente del Consiglio, Gabriella Bruschi, e i consiglieri Antonio Sacconi, Maurizio Soldi, Andrea Guarducci, Laura Busato e Aurelio Stera) che hanno sottoscritto la mozione di sfiducia contro il sindaco del medesimo partito, Sara Biagiotti, c’era il tutto esaurito. Almeno 400, forse di più. Tutti a toccar con mano i perché della cacciata del primo cittadino e, di conseguenza, la decadenza amministrativa, lo scioglimento della legislatura e l’arrivo del commissario prefettizio. Tre ipotesi che non hanno impaurito quella ‘piazza’, anzi. 

Il simbolo ‘dem’, come intimato dal segretario metropolitano del Pd Firenze, Fabio Incatasciato, e dal segretario toscano, Dario Parrini, non c’era. “Un peccato- sottolinea Giulio Mariani, ex capogruppo in Consiglio comunale, tra gli otto ‘ribelli’-, credo che il Pd abbia perso un’occasione di confronto. Noi comunque non ci fermiamo e rispediamo al mittente la retorica della responsabilità”. Mancava il simbolo e il grosso del Pd: quello che, sotto l’egida del renzismo, si è preso il partito e si è fatto classe dirigente. Quasi a rispondere ad un divieto di presenza, ad affogare qualunque curiosità (anche sé, durante la serata non troppo afosa, qualche renziano avvezzo alla Leopolda, seduto nelle retrovie, si è visto).

Nessun simbolo, presente, in uno striscione, il contro hashtag: #iostoconSara, quello pro Biagiotti; #iostoconSesto la replica degli 8 dissidenti. Schermaglie da mini campagna elettorale, in attesa del voto di sfiducia fissato per il 21 luglio, anche se la serata di ieri ha raccontato molto di più: una frattura partita da lontano, calcificata senza ricomporsi. C’è il nodo dell’approccio e delle scelte politiche su inceneritore, aeroporto, sostegno al commercio, la lunga trattazione e gli scontri accesi sul bilancio 2015; ma c’è molto di più. Lo dice bene Aurelio Stera: “Vi chiedo pubblicamente scusa: ho chiesto voti e sostegno per una persona che si è dimostrata sbagliata per Sesto”. 

Certo, a guardarla con occhio clinico e con vista lunga, può essere indicativo andare a rintracciare la genesi del crack: il Pd che si dimentica delle primarie e cala dall’alto la donna forte; il patto di giunta- con la spartizione degli assessori forti- disatteso con l’enclave di Gianni Gianassi, per 10 anni alla guida di Sesto, che magari avrebbe gradito il sostegno alle regionali dell’ex ‘Zar’ (si fa per ridere) sestese. Un’amministrazione emblema della lotta interna e locale all’avanzata di Renzi, quando l’attuale premier era in rampa di lancio, che nel giro di una campagna elettorale si ritrova con una renziana di ferro nella stanza dei bottoni.

Premesse di uno scontro, che appaiono però già storicizzate, quasi inutili allo stato dell’arte: ieri sera infatti, è apparso chiaro non solo che il recinto avesse diverse falle, ma che i buoi sono già scappati. E qui il discorso piega svelto verso il futuro. Il Pd appunto. Che per adesso minaccia l’espulsione degli otto, che vieta il simbolo, che manda un commissario- Lorenzo Becattini, parlamentare fiorentino del Pd- a cercare di rimettere assieme i cocci del partito. Anche se la missione appare davvero ardua. Non lo dicono i ‘ribelli’, ma chi ieri sera prima ha assistito poi ha preso la parola. I sestesi accorsi alla casa del popolo che si sono lamentati “di un sindaco imposto dall’alto, messa lì per dire di sì all’inceneritore e all’aeroporto”. E ancora: “Dicono che con l’inceneritore ci regaleranno l’energia… il cancro ci regalano, a noi, i nostri figli e i nostri nipoti”. “Ovunque hanno fatto le primarie, qui no. Domandiamoci il perché”. Tre virgolettati ripetuti più volte, tutti sottolineati da boati di approvazione. 

Ieri mattina in via Forlanini, si è consumato un lungo briefing tra Biagiotti, Parrini e Incatasciato. Almeno un paio d’ore “per fare il punto della situazione”, dicono. Biagiotti, la scorsa settimana ha riproposto, in caso di decadenza, la propria ricandidatura. Lei, senza per adesso una vera e propria investitura ufficiale. Un messaggio che è parso diretto alla componente renziana, per adesso abbastanza freddina sul tema, più che per stoppare sul nascere disegni politici alternativi.

 

La sintesi è presto detta: padri e madri della mozione chiedono al sindaco un passo indietro, la presa d’atto del fallimento, certificata dall’assenza di maggioranza. Dimissioni “così che ognuno prenda il proprio carico di responsabilità” e da lì ripartire, guardando alla primavera del 2016, la prima finestra elettorale utile, per ricucire lo strappo e ripresentarsi uniti. Biagiotti, dal canto suo, non molla di un millimetro. Muro contro muro, con il Pd che guarda preoccupato a quelle città lontane un’ora di macchina, dove le spaccature sono state sintomo di disastri: in fondo Viareggio, Livorno e la stessa Arezzo sono vicinissime. 
 

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