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Pena di morte, da Nardella appello a Biden per abolirla: “Non degna di uno Stato civile”

Il sindaco scrive al neo presidente Usa: "Non è mai deterrente né mezzo di correzione"

Il sindaco di Firenze Dario Nardella ha scritto una lettera al presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden sul tema della pena di morte, un appello contro questa pratica e per una moratoria delle condanne.

La lettera arriva a due settimane dalla cerimonia di insediamento e dal giuramento di Biden come presidente, che avverranno il prossimo 20 gennaio.

Arriva inoltre pochi giorni prima dell'ormai vicina, a meno di nuove decisioni nelle prossime ore, uccisione di Lisa Montgomery da parte dello Stato americano - prima donna giustiziata dopo molti decenni in Usa -, che dovrebbe avvenire nei prossimi giorni.

Di seguito il testo completo:

"Illustrissimo Presidente Joe Biden,

mi permetto di scriverLe da Firenze, città di cui sono sindaco dal 2014, per sollevare un tema che mi auguro possa avere un’attenzione particolare durante il suo mandato presidenziale, quello della pena di morte.

Sono rimasto molto colpito dalla notizia della prossima esecuzione di Lisa Montgomery, condannata alla pena capitale per un delitto efferatissimo, aver strangolato nel 2004 una donna incinta nel Missouri prima di praticarle un cesareo e rapire il bambino. E’ l’unica donna in attesa nel braccio della morte. Ha un passato di violenze, abusi, disturbi mentali.

La sua sorte, a meno di colpi di scena legali dell’ultimo minuto, è questione di ore. Firenze è capoluogo della Toscana.

Nel 1786, il 30 novembre, l’allora Granducato, stato autonomo, fu il primo al mondo ad abolire la pena di morte per volere di Pietro Leopoldo di Lorena che promulgò una nuova Riforma Penale. Da Firenze, da questa terra, rilanciamo un appello forte contro la pena di morte e per una moratoria delle condanne.

Non può essere mai deterrente, non può essere mezzo di correzione, non può essere degna di una Stato che voglia chiamarsi civile. Lisa Montgomery si è macchiata di un crimine orrendo, è da anni in carcere. Marito e figlia della vittima cosa ricaverebbero dalla sua morte? Quale idea di giustizia vogliamo insegnare a quella bambina?

L’ergastolo o comunque una pena di lunga durata non sarebbe sufficiente? Già l’illuminista Cesare Beccaria giudicava la pena di morte nient’altro che ‘uno spettacolo’ che nulla aveva a che vedere col ‘contratto sociale’ che deve stabilirsi tra cittadino e Stato civile. Ebbene, non vogliamo questi ‘spettacoli’ che lanciano in pasto al più tribale populismo i nostri istinti più biechi.

Crediamo anzi che prima di tutto la giustizia debba essere assicurata non solo rapidamente ma anche equanimemente rispettando i diritti umani anche del più crudele degli uomini.

Cosa ci distinguerebbe, altrimenti, dal ‘lupus’ teorizzato da Thomas Hobbes? A cosa varrebbero migliaia e migliaia di anni di evoluzione, progresso, modernità? La stessa parola ‘giustiziato’ in italiano richiama la parola ‘giustizia’ e dovrebbe essere cambiata.

Negli ultimi anni sono stati molti i casi di condannati negli Stati Uniti che hanno fatto clamore. Ricordo bene quanto fui turbato, da giovanissimo, dal caso di Paula Cooper, quindicenne omicida di una anziana insegnante di catechismo. Per lei, nera che veniva da un’adolescenza disagiata, si mobilitò l’opinione pubblica internazionale e persino Papa Giovanni Paolo II. La sua pena fu commutata in ergastolo.

C’è un particolare che mi colpì di più, nella storia di Paula. Il nipote della vittima, che in origine era favorevole all’esecuzione, ebbe un ripensamento. Anche per lui la donna non andava giustiziata. Niente gli avrebbe ridato la nonna, neppure la morte della sua assassina.

Ricordo anche il caso di Gregory Summers, giustiziato in Texas nel 2006, accusato di aver commissionato l’omicidio dei genitori adottivi, delitto per il quale si era sempre proclamato innocente. Summers riposa ora proprio in Toscana, in provincia di Pisa: fu lui a chiederlo espressamente.

Ma la pena di morte non è solo negli Stati Uniti. Appena qualche giorno fa è stato giustiziato un giovane in Iran. Era colpevole di omicidio, aveva appena 16 anni al momento dei fatti. Non ci sentiamo più sicuri dopo la sua morte, non ci sentiamo più appagati, non ci sentiamo vendicati.

Nessuna giustizia può esserci senza la vita. Commutare la pena di morte in forme alternative di punizione non significa rinnegare i processi o assolvere coloro che sono stati condannati, non significa mostrare mollezza ma semmai essere consapevoli della potenza della misericordia e della legge.

Siamo certi che questo appello che parte da Firenze contro la pena di morte potrà essere da Lei ricevuto e valutato con la massima lucidità, consapevolezza, equità.

Da sempre c’è un solido legame tra Firenze e gli Usa e i rapporti storici sono ancor di più rafforzati dalla presenza in città di numerose sedi di università americane. Per questo forte è il desiderio di condurre insieme importanti iniziative per i diritti umani e per la difesa dei valori comuni.

Il Suo mandato inizia con la lotta a una terribile pandemia. Salvare vite umane è la sfida e il traguardo più grandi. Sarebbe davvero un’impresa straordinaria che fossero salvate anche le vite dei tanti, troppi, condannati che ancora sopravvivono nel braccio della morte. 

Dario Nardella".

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