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Le testimonianze

Violenza contro le donne, il riscatto di Ani e Sareen dopo le botte e le umiliazioni

Entrambe picchiate dai mariti, sono riuscite a trovare la forza di denunciare e ripartire

“Era il 2012 e i nostri genitori hanno organizzato tutto, il matrimonio prima e il viaggio in Italia, per me, dopo” Ani (nome di fantasia) ha ventisei anni, viene da una città della provincia della Cina del Nord, non ha fatto studi oltre le superiori e per anni non ha mai potuto frequentare un corso di italiano perché non avrebbe avuto tempo tra figlio e lavoro. Ma soprattutto perché il marito non voleva. “Mi ero accorta subito che c’era qualcosa che non funzionava nella sua testa ma abbiamo passato tanti mesi senza vederci. Quando mio figlio aveva 18 mesi, lui è rientrato in Cina, i miei documenti non erano pronti per il ricongiungimento dato che lui aveva conti con la giustizia italiana da chiudere. Appena aperta la porta mi ha travolto con schiaffi e pugni: era la prima volta che un uomo mi metteva le mani addosso, ero sotto choc, e forse quasi più dal comportamento della madre, ferma sulla porta a guardarlo mentre mi massacrava”.

“Non sapevo come chiedere aiuto”

“In Italia sono arrivata alla fine del 2020, quando hanno riaperto i voli intercontinentali per un brevissimo periodo. Speravo che il passare del tempo e la lontananza, la mancanza del figlio, lo avessero cambiato: invece ho trovato un uomo completamente incapace di lavorare e di prendersi cura del bimbo. E i suoi familiari, a partire dal padre, non erano di aiuto, anzi. Ha iniziato a picchiarci, entrambi, dopo nemmeno dieci giorni dall’arrivo in Italia. Non ho chiamato nessuno perché non sapevo né come funzionano le leggi in Italia ne avrei saputo come fare ad esprimermi. Ho pensato di allontanarmi da quella casa ma come avrei potuto prendermi cura del bambino e lavorare senza avere qualcuno che potesse badarlo? Quando ho detto che avrei voluto divorziare sono iniziate le angherie e le violenze psicologiche anche da parte dei familiari: mi chiedevano soldi tutte le volte che mi vedevano, mi urlavano contro che ero una poco di buono e che non servivo a nulla”.

“In ambulanza ho potuto finalmente piangere”

Oggi l’italiano è più fluido, la rabbia non è ancora scomparsa, le umiliazioni e il senso di impotenza le stringono la gola mentre prosegue il racconto. “Ad un certo punto ho deciso di andare a vivere da un’altra parte, lasciando il bambino con il padre, il suocero, gli zii. Andavo a trovarlo di nascosto, la sera dopo il lavoro. Una sera, purtroppo, mi ha visto la cognata che ha iniziato ad urlare e imprecare e a picchiarmi e poi, raggiunta dal fratello di mio marito, anche lui ha iniziato a picchiarmi. Un pugno sul viso, sul petto, sulla testa, mi ha preso a calci una volta a terra. Quando è sceso mio suocero sono riuscita a contattare un parente che a sua volta ha chiamato la polizia. Poi è arrivata l’ambulanza, mi sono sentita protetta, ho pianto tutte le lacrime che non avevo potuto piangere prima perché a nessuno sarebbe interessato. E mi hanno portata in ospedale”.

Cinque mesi senza vedere il figlio

Ani è arrivata in pronto soccorso un venerdì 17. Le sono state necessarie tre settimane per poter tornare a masticare e in tutto questo tempo ha avuto bisogno di una persona a suo fianco che la aiutasse ad alzarsi da letto e la accompagnasse in bagno o le preparasse qualcosa da bere. I segni sul viso sono piano piano andati via ma per poter rivedere suo figlio, che nel frattempo era rimasto nella casa paterna, della famiglia abusante, ci sono voluti quasi cinque mesi. Ani è tornata a lavorare dopo aver seguito per la prima volta in questi tre anni di presenza in Italia un corso per imparare la lingua ed ha avviato le pratiche per la separazione. “Se in quelle settimane dopo l’uscita dall’ospedale non avessi avuto qualcuno con cui dare un senso al tempo, tra l’assenza di mio figlio e la paura di quello che sarebbe stato il futuro, mi sarei sentita completamente persa. Invece ho trovato altre donne che mi hanno aiutato anche se non erano miei familiari, anche se non potevamo parlarci perché io non capivo la lingua e loro non parlavano cinese, con tutti questi “anche se” loro c’erano, mi hanno sostenuta, e oggi posso guardare avanti, ammaccata ma viva. Se fossi rimasta lì un giorno mi avrebbero ammazzata”.

Ani è arrivata a Nosotras, associazione interculturale di donne native e migranti, per imparare l’italiano, per seguire uno dei corsi di orientamento al lavoro, di accompagnamento alla conoscenza dei diritti come lavoratrici e come donne. Lo stesso percorso di Sareen  (anche questo nome di fantasia), 34enne pakistana con due figlie, una di sedici e l’altra di otto anni. “Ci siamo sposati nel nostro paese nel 2008 e io sono arrivata in Italia nel 2011. Quando sono entrata in casa ho iniziato a capire che sarebbe stato un incubo. Mio marito non lavorava da alcuni mesi, era stato licenziato dato che beveva sul posto di lavoro. Non parlavo una parola di italiano, anche ora me la cavo poco bene, non conoscevo nessuno al di fuori di mio marito e i miei connazionali non si aprono al sostegno di noi donne: quello che accade in casa sono fatti della famiglia”.

“Lui ubriaco, impossibile sottrarsi alla violenza”

“Sottrarsi alle botte era impossibile, quando tornava a casa era sempre ubriaco di vodka o gin. Sottrarsi alla violenza sessuale impossibile, ero sola, isolata. Dopo tutti questi anni di botte e violenze, a me prima di tutto ma anche alle bambine, pensavo che fosse il mio unico destino, il mio cervello non riusciva proprio a immaginarsi cosa avrei potuto, o anche dovuto, fare. Non ho mai fatto denuncia ai carabinieri né alla polizia, non ne ho mai parlato nemmeno al mio medico curante”.

Le minacce alla figlia maggiore

“Il fatto scatenante - continua - è stato quando ha minacciato mia figlia più grande. Lei voleva solo tornare un po’ più tardi la sera per stare  con le amiche il giorno della fine della terza media. Siamo scappate, ci siamo rivolte ai servizi sociali. Le figlie erano grandi e loro sapevano cose che forse io non osavo nemmeno immaginare che si potessero fare. Io ho sempre pensato che non lo avrei mai potuto denunciare perché delle violenze non c’erano testimoni, solo le bambine: chi crede a una donna e a due bambine? Con il servizio sociale mi avevano proposto una accoglienza in una struttura protetta ma sapevo che non avrei resistito all’idea di essere chiusa un’altra volta in un’altra gabbia. Il solo pensiero mi dava l’angoscia e poi continuavo, e continuo a chiedermi: se è lui quello che ha commesso dei reati perché devo essere io a stare in carcere?”

Oggi Ani e Sareen lavorano entrambe, sono donne che stanno provando a rimettere assieme i cocci di una vita andata storta, con le difficoltà di essere sole e lontane da qualunque cosa di conosciuto. Ma grazie alla forza di aver denunciato le violenze subite, Ani, Sareen e i loro bambini sono sopravvissuti.

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