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Bartali, Giusto tra le Nazioni: "Una candela che fa luce al nostro cammino"

Dopo la nomina dello Yad Vashem è stata consegnata ai figli dell'Intramontabile la medaglia simbolo dell'onorificenza. Dentro la Sinagoga Andrea Bartali ha ricordato le parole del padre: "Ho fatto quel che mi riusciva meglio: pedalare"

“Ho soltanto portato delle cose da un posto ad un altro. Ho fatto quel che mi riusciva meglio: pedalare”. Detta così, troppo facile caro ‘Ginettaccio’; così come la raccontasti a tuo figlio, Luigi Bartali. A vederla bene, oggi, con la storia che si è messa di mezzo, e ha raccontato cosa fu l’Olocausto anche in Italia, con le leggi raziali fasciste, e con la velocità della modernità che crea e disfa eroi alla velocità della luce, la vicenda di Gino Bartali è mitologica.

Quel Bartali che ha vinto tutto, i Giri, i Tour, le tappe e le classiche. Quel Bartali che, metro dopo metro, ha diviso i cuori e la passione con un altro altrettanto grande, Fausto Coppi. Quel Bartali che lo Yad Vashem – il memoriale ufficiale di Israele delle vittime ebree dell'olocausto – ha nominato lo scorso 29 settembre Giusto tra le Nazioni e che questa mattina nella Sinagoga di Firenze ha consegnato ai figli Luigi, Andrea e Bianca Maria, la medaglia simbolo dell’onorificenza.

Secondo il Talmud, il testo sacro dell’Ebraismo, “chi salva una vita, salva il mondo intero”. E Gino Bartali di vite ne ha salvate a decine. Dopo l’Armistizio proclamato da Badoglio – era l’8 settembre del 1943 – le leggi razziali di Mussolini decaddero e l’orrore passò direttamente nelle mani del Terzo Reich. La prima retata delle SS contro gli ebrei italiani, già spogliati di tutto e umiliati dai ghetti fascisti, ebbe luogo a Trieste, il 9 ottobre 1943. Basti un dato su tutti: nell'Italia settentrionale – controllata dai nazifascisti – erano presenti circa 43.000 ebrei; quelli deportati tra il 1943 e il 1945 saranno circa 7500, solo 610 di loro fecero ritorno dai campi di concentramento. A Firenze, dal binario 16 di Santa Maria Novella, di 300 caricati come bestie sui vagoni piombati, solo 15 rividero la casa.

Per questo che ci fu chi si adoperò per salvare il salvabile. Come il cardinale Elia Angelo Dalla Costa, e la sua rete clandestina in favore della comunità ebraica. Documenti falsi, timbri, denaro, cantine, rifugi. Ripari e vie di fuga per aggirare la stretta assassina nazista. E’ qui che Bartali fa il suo ingresso in scena. Amico di Dalla Costa, si erano conosciuti dentro Azione Cattolica, Gino fu i polmoni e le gambe della rete. “Venne il cardinale Dalla Costa a trovare mio padre a casa”, ha raccontato l’altro figlio di Bartali, Andrea. “Gli spiegò la situazione e gli chiese: ‘Gino, succede questo, ci dai una mano?’ Mio padre ci pensò appena tre secondi, poi rispose di sì”.

Da Firenze a Lucca a portare e prendere i documenti falsi; poi a Genova a prendere i soldi degli ebrei americani per finanziare la rete Dalla Costa. Scoperta la rotta genovese, Bartali fu dirottato in Umbria, ad Assisi. Stesso lavoro, da postino salva vite. “Quando andava ad Assisi erano 160 chilometri ad andare e 160 a tornare”. Il postino, ma anche le cantine a Firenze, dove Bartali nascondeva i perseguitati dalle retate delle SS. Così come hanno raccontato questa mattina in Sinagoga Aurelio Klein e Giorgio Goldenberg, due sopravvissuti grazie all’impegno del campione di Ponte a Ema.

“Troppo spesso – ha ricordato durante la cerimonia il sindaco di Firenze, Matteo Renzi – su quelle immani atrocità che sono state le leggi razziali noi facciamo finta di dimenticare. E’ vero che c’è stato il nazismo, è vero che l’ideologia folle nacque da Hitler, ma è anche vero che l’Italia fu colpevole di aver proclamato delle leggi che poi entrarono nel vivo della vita quotidiana”. E Ancora: “Accanto alla reti degli uomini e delle donne che operarono per il bene, non dobbiamo dimenticare i nostri errori, ciò che abbiamo sbagliato. Essere orgogliosi di ciò che abbiamo fatto vuol dire ricordare però anche ciò che non abbiamo fatto, dove abbiamo sbagliato, la colpa pazzesca di quegli anni”.

E su Bartali: “Viviamo in un tempo nel quale sembra che essere campioni significhi ottenere dei risultati sportivi, e in alcuni sport magari anche ricorrendo a sostanze proibite. Aver scelto nei giorni dei mondiali di ciclismo di inserire Gino Bartali fra i ‘Giusti fra le Nazioni’ è stato uno straordinario messaggio per tutti noi. Per dire ai ragazzi e alle ragazze che si può essere campioni nello sport ma soprattutto bisogna essere campioni nella vita”.

“Gino Bartali – ha sottolineato l’ambasciatore di Israele in Italia, Naor Gilon – nel pieno del male assoluto non rimase indifferente e si rivelò non solo un grande campione dello sport ma anche un grande campione di umanità. Bartali ha salvato la vita a molti ebrei senza alcune ricompensa e da persona modesta qual era. Non ha mai parlato in vita del suo operato a favore degli altri. Con la sua azione silenziosa Bartali ha mostrato che anche la singola persona può fare la differenza”. Il riconoscimento alla memoria di di Bartali rappresenta “una candela che fa luce al nostro cammino”.

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