Cronaca

Campi Bisenzio, tra gli operai licenziati della Gkn: “Le nostre vite in frantumi con un click, resisteremo dentro la fabbrica” / FOTO

Volti e storie di chi da decenni ha passato la vita in fabbrica. Mutui, sogni, figli in arrivo: 422 vite in bilico dall'oggi al domani

C'è stanchezza, ma anche determinazione e voglia di lottare. I 422 lavoratori della Gkn Driveline, licenziati in tronco con una mail venerdì scorso, non si danno per vinti.

“Lotteremo, siamo pronti a resistere”. A parlare è Antonio, da 25 anni operaio nello stabilimento di Campi Bisenzio che produce semiassi per auto. Accanto a lui, vicino al gabbiotto d'ingresso che fa da portineria, in questa calda domenica di luglio, stanno Paolo e Marco, rispettivamente di 43 e 45 anni. Sono tanti quelli della loro età: “Non troppi anni fa c'è stato un ricambio generazionale in fabbrica. E a 40, 45 o 50 anni trovare un altro lavoro oggi è un'impresa”.

Paolo ha una bimba di 6 anni e ben due mutui stipulati per l'abitazione. “Ho speso qui dentro, otto ore al giorno, 21 anni. Metà della mia vita. Lo stato d'animo? Non riesco a spiegarlo, è difficile credere a quello che è successo”, dice l'uomo, con gli occhiali da sole a nascondere, pur dietro un sorriso, un misto tra amarezza, tristezza e rabbia.

Cos'è che è successo? Che un fondo di investimento inglese, Melrose Industries, da un giorno all'altro, ha comunicato la chiusura della fabbrica. Con una fredda mail, girata poi tra i lavoratori nella giornata di venerdì. Non si è salvato nessuno: operai, impiegati, dirigenti. 422 persone, 422 che da un momento all'altro si ritrovano in bilico.

Tanti hanno figli. Marco è al presidio permanente con i suoi tre bimbi di 4, 6 e 8 anni. La più piccola la tiene in braccio, dorme.

“Una vigliaccheria, un attentato, un atteggiamento da killer”, scandisce nei confronti della proprietà. Ha 45 anni e pure lui da oltre 20 si alza tutte le mattine, quando non ha il turno di notte, per andare a timbrare il cartellino alla Gkn.

Venerdì tutti i lavoratori erano stati messi in 'par', permesso annuale retribuito. “Così è stato più facile tentare di chiudere tutto. Appena abbiamo saputo la notizia ci siamo precipitati all'ingresso. C'erano vigilantes armati, ma siamo entrati lo stesso”, raccontano gli operai, guidati dai sindacati metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil, compatti nel denunciare l'accaduto con durissime parole. “Un atto banditesco e criminale da parte di una multinazionale parassita”, dice la Fiom Cgil.

Uniti, i sindacati proclameranno nei prossimi giorni uno sciopero unitario nell'area fiorentina. Per ora. Poi magari anche oltre, perché il timore è che la Gkn, che arriva tre anni dopo gli oltre 300 lavoratori messi alla porta alla Bekaert di Figline, “non sarà l'ultimo caso, come non è stato il primo. Per questo non possiamo mollare, per questo non possiamo accettarlo. Costi quel che costi”, dicono in tanti.

Tutti licenziati dall'oggi al domani, con una mail

Poi c'è ovviamente l'indotto. Il personale che lavorava alla mensa, quello delle pulizie. Si parla di altre 50, 60 persone. Doccia fredda anche per loro.

“E pensare che ad alcuni non volevano dare le ferie. Era inimmaginabile”, prosegue Marco. “Una cosa del genere, per come è stata fatta, la studiavano almeno da due anni. Senza che trapelasse nulla. Anzi, ci sono macchinari nuovi, ancora nel cellophane, che costano milioni di euro. Pochi giorni fa eravamo ancora ad un corso di aggiornamento finanziato dalla Regione”.

Fin da subito sul posto si sono recati sindaci dell'area metropolitana, tra i primi quello di Campi Emiliano Fossi. Ieri è stata la volta del presidente della Regione Giani e di tanti altri esponenti politici, da sinistra a destra. “L'importante è che non sia solo una passerella. Ora ci sono telecamere, giornali e politici, ma tra una settimana, tra due, che fine facciamo?”, chiede Paolo.

Nel tardo pomeriggio arriva lo schermo dove gli operai guarderanno la finale degli europei. Hanno chiesto alla nazionale italiana di calcio di fare un gesto in favore della Gkn. Certo il calcio ha grande visibilità, chissà se avverrà.

Il sole inizia a calare, si cercano i volontari che resteranno a dormire la notte. Chi in tenda, chi su una brandina, chi solo nel sacco a pelo. “Perché la fabbrica la presidiamo giorno e notte, non ce ne andiamo, il rischio è di non poterci più rientrare”, spiega uno di loro, con vistose occhiaie, che segna i nomi su un taccuino.

“Ho 55 anni e con gli anni ho visto smantellare i diritti sul lavoro. Le tutele sono sempre di meno, del resto ora il lavoro lo comanda la finanza”, dice Riccardo, anche lui con un figlio di 11 anni e una rata di mutuo da 600 euro al mese.

“Un comportamento disumano. Non è un'azienda fallita, a giugno ha fatturato 11 milioni di euro. Semplicemente si spostano per fare maggiore profitto. Chiudono qui e magari aprono in Polonia, delle persone cosa importai”, l'amarezza di Alessio. Al suo fianco c'è Elisa, incinta al quinto mese. “Sarà la seconda figlia, ne abbiamo già una di 14 anni”. Vite, programmi, sogni, prospettive. Tutto andato in frantumi. Con un click su 'invia', da una casella di posta elettronica.

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