Curiosità fiorentine: la storia del cagnolino di Giotto

C'è un cagnolino a fare la guardia al Campanile di Giotto. Un cucciolo a quattro zampe appartenuto proprio al celebre artista

Alto più di 80 metri, il campanile di Giotto è uno dei simboli di Firenze. Un'opera straordinaria, dove l'artista ha voluto inserire un piccolo dettaglio personale: un ricordo d'infanzia, che gli osservatori più attenti possono contemplare ancora oggi.

Un cagnolino a guardia del Campanile di Giotto

Osservando attentamente il campanile nella sua parte più bassa, precisamente al di sotto del primo cornicione che lo compone, è possibile scorgere una serie di formelle di marmo, alcune delle quali scolpite dallo stesso Giotto.

Una di queste raffigura un pastore intento a sorvegliare un gregge di pecore, con accanto un piccolo cagnolino. Un elemento apparentemente insignificante, in realtà strettamente legato alla vita dell'artista toscano.

Si racconta che intorno alla seconda metà del 1200, il piccolo Giotto di Bondone fosse soltanto un umile pastorello, nato a Colle di Vespignano nel Mugello, oggi corrispondente al comune di Vicchio.

L'incontro con il maestro Cimabue

Un giorno, quando era fuori con il gregge e l'inseparabile cagnolino, Giotto trovò per terra i resti di un fuoco ormai spento: preso dalla noia o più probabilmente da un'innata passione, il pastorello raccolse un pezzetto di brace, con cui iniziò a disegnare su una pietra la testa di una delle sue pecorelle. 

Il caso volle che proprio in quel momento il famoso pittore fiorentino Cimabue passasse di lì in sella al suo cavallo. Incuriosito, si avvicinò al giovane pastorello, restando ammaliato dalla sua abilità. I lettori più "grandicelli" certamente ricorderanno che questo celebre aneddoto venne utilizzato come marchio di una famosa linea di matite colorate.

Fu così quindi che Cimabue prese con sé il piccolo Giotto, portandolo nella sua bottega fiorentina, dove ben presto divenne il migliore dei suoi allievi.

Pare che il fanciullo portò con sé il fedele cagnolino, che faceva compagnia al giovane padrone durante l'orario di lavoro. Narra la leggenda che i fiorentini, da sempre ironici e dissacratori, fossero soliti definire il nuovo allievo del grande Cimabue un vero e proprio "cane". 

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