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Via Calzaiuoli alle 19

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La logica psichica del coprifuoco

L'analisi del dottor Loris Pinzani

La parola coprifuoco è tornata nell’attualità quando ormai era un un appunto semantico abbinato al periodo del secondo conflitto mondiale. Il nome deriva dal bisogno di rendere inoffensivi i fuochi dopo un certo orario serale per evitare il divampare di incendi nella notte; a questo scopo le fiamme venivano coperte con la cenere che si era formata durante il giorno in modo da mitigarle ma conservarne la brace.

Il termine poi, è stato mutuato per descrivere momenti del passato in cui era necessario vietare la circolazione all’esterno delle abitazioni: un intervento straordinario che in cambio della limitazione della libertà forniva la riduzione del pericolo.

Certo è che al solo pronunciare la parola, in ognuno si presenta l’idea di un pericolo a cui la mente abbina il concetto della paura. Proprio la paura è il grande argomento con cui l’Occidente convive, a cui non si abitua e da cui fugge. La stessa paura può essere abbattuta solo con la conoscenza che conduce, appunto, a mitigare il fuoco sotto la cenere. Eppure, da sempre la paura si combatte con il realismo delle notizie e delle opinioni; il realismo messo in discussione dalla enorme mole di voci più o meno autorevoli che esondano dagli argini mediatici.

In questi giorni è stata ripristinata una condizione di emergenza in cui torna ad avere senso la proibizione di circolare dalla sera al mattino successivo. Nessuno avrebbe potuto immaginare che tale misura sarebbe stata adottata in buona parte dell’Europa ed in parte del mondo. Non avremmo immaginato che sarebbe tornato necessario limitare la libertà di un intero popolo in assenza di un conflitto, ma questa volta la guerra è combattuta verso un nemico immateriale, che ha per complice da una parte la leggerezza e dall’altra l’eccesso di timore, figlia di un credo negazionista oppure paranoico, da cui derivano comunque reazioni inadeguate. Appare evidente la difficoltà di far recepire a tutti non solo la condizione attuale, ma anche quella possibile domani, dal momento che non possiamo prevedere gli sviluppi di un nemico sostanzialmente sconosciuto, che si muove in un mondo abituato a non voler vedere ogni verità scomoda. Questo il tema fondamentale: non si tratta solo della pericolosità di oggi, ma forse di quella futura, imprevedibile come le mosse di questo nemico, ignoto in ogni sua parte, infido quanto la paura che promuove. In effetti per l’insieme del gruppo sociale, la possibilità di tollerare la restrizione, consiste nel rendersi conto che le rinunce a cui siamo chiamati sono necessarie, dunque inevitabili.

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