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Venerdì, 1 Marzo 2024
Blog Castelfiorentino

Non lasciamo sole le donne, gli uomini che le uccidono possono nascondere un pensiero gravemente malato

L'uccisione di Klodiana è l'ultimo caso di una violenza figlia dell'idea, anche culturale, che la donna possa essere proprietà dell'uomo: non è così, e la separazione deve essere pensata come possibilità

- di Francesca Penta*

Ancora una volta articoli di cronaca ci raccontano di donne uccise. Questa volta è successo a Castelfiorentino. All’immagine di un corpo di donna straziato, esangue sul selciato presso la propria abitazione, si accompagna quella di due ragazzi, 14 e 17 anni, sgomenti e increduli davanti a un atto feroce e incomprensibile compiuto dal padre.

Non conosciamo le esatte dinamiche dei fatti, sono ancora in corso accertamenti e indagini. Possiamo però proporre una riflessione generica, che non vuole (e non deve) riguardare la singola famiglia, con cui condividiamo un profondo sentimento di avvilimento e dolore.

Sono tanti gli articoli degli ultimi anni su questo tragico tema, tante le donne fermate nella loro ricerca di una vita meno violenta e opprimente, più libera e più consona al loro sentire. Come in molti altri casi anche questa volta leggiamo di gelosia, di una famiglia normale e tranquilla, di una separazione caratterizzata da qualche litigio e di un uomo, a volte, violento.

Questo uso improprio delle parole e la facilità con cui si delineano le dinamiche interpersonali nel linguaggio dei media può lasciarci perplessi e portarci a vissuti di confusione. Nella peggiore delle ipotesi, può farci pensare che per le donne che si trovano ad affrontare coraggiosamente una separazione non ci sia che un ineluttabile destino. Non è così.

La gelosia è un termine dalle molte sfaccettature, che può portare a fraintendimenti. Non è credibile che “uno stato emotivo di dubbio e di tormentosa ansia, di chi - con o senza giustificato motivo - teme (o constata) che la persona amata gli sia insidiata da un rivale” (Enciclopedia Treccani) possa portare a compiere delitti efferati.

Un pensiero malato

Molte volte in coloro che uccidono la propria compagna (o l’ex-compagna) si è potuto constatare, dopo accurate perizie psichiatriche, l’esistenza di un pensiero gravemente compromesso dal punto di vista psichico, un pensiero, cioè, che, molto spesso non dichiarato apertamente o addirittura inconscio, è caduto nella malattia.

Non si tratta quindi di uno stato emotivo di dubbio o di ansia, ma di un vero e proprio pensiero delirante in cui l’altro viene considerato un proprio avere, un proprio possesso che non ha il diritto di andarsene, e ancor meno di scegliere una nuova vita soddisfacente.

Per noi clinici, che osserviamo cosa accade nelle dinamiche profonde fra esseri umani, è chiaro che arrivare a pensare che la donna con cui si condivide un percorso di vita sia un proprio avere, una proprietà come potrebbero esserlo oggetti di uso quotidiano, nasconde una grave patologia del pensiero che annulla nell’altro tutte le qualità umane. In alcuni casi poi l’uccisione della propria compagna, creduta erroneamente come parte di sé, porta a un vissuto di non senso della propria vita, a una totale pulsione di annullamento di sé che può determinare un gesto estremo.

Famiglie apparentemente tranquille

Trattandosi di dinamiche profonde non è raro che famiglie in cui l’uomo presenti tali rappresentazioni alterate della realtà umana della donna possano apparire normali e tranquille all’esterno. Non sempre pensieri distorti o deliranti, infatti, si manifestano in comportamenti inadeguati soprattutto quando la rappresentazione della donna passiva, succube e dipendente dall’uomo è condivisa o accettata (spesso per motivi culturali o per evitare ripercussioni) anche dalla compagna.

Ma può anche accadere che una donna smetta di sentirsi parte (o appendice) dell’altro e che in lei nascano prima l’esigenza di evolversi come persona libera e autonoma e poi il coraggio di realizzare i propri progetti di emancipazione. È questo il momento in cui può manifestarsi o intensificarsi la violenza psicologica e a volte fisica dell’uomo. È un momento estremamente delicato per la donna, perché talvolta è difficile comprendere quanto il proprio compagno sia in grado o meno di assecondare la richiesta legittima di autonomia o quanto, per parlare dei casi più a rischio, possa sviluppare un pensiero così distruttivo da metterla in pericolo.

Separazione come possibilità, le donne non siano sole

Sarebbe auspicabile, come suggerito da voci più o meno autorevoli, non rimanere sole nei momenti critici della propria vita: è sempre possibile confrontandosi con servizi dedicati alla tutela della salute. Ci auguriamo anche che il governo si impegni nell’incrementare le risorse per diffondere sempre più strutture dedicate alle donne che si trovano a vivere la separazione in una situazione di difficoltà psicologica; così come speriamo che la società tutta possa comprendere che la separazione nella coppia non può essere né rottura violenta, né, tantomeno, eliminazione dell’altro o di sé stessi, ma possibilità di trasformare le difficoltà di rapporto di oggi in nuove e future realizzazioni per entrambi.

*L'autrice è psicologa clinica e psicoterapeuta

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