La vita degli ‘Strilloni’ ai tempi di internet: paghe da fame, a volte in nero

Una figura mai anacronistica. Sveglia all'alba e mattinate passate negli incroci stradali. Tra mille difficoltà, pioggia o sole cuocente e paghe da fame. Talvolta anche al nero

Sveglia all’alba, tanta fatica ma poco guadagno. Per di più, pagato a cottimo. Che piova o ci sia il sole, a 40 gradi come sotto la neve. Non parliamo dei lavoratori africani sfruttati nei campi del Meridione, ma degli ‘strilloni’. Un lavoro antico che, anche nell’era dell’informazione digitale aggiornata 24 ore su 24, resiste in molte città italiane, specialmente per le testate locali più importanti. Non urlano più i titoli per strada, ma il lavoro è quello. Abbiamo parlato con alcuni di loro, incontrati all’opera nei più svariati luoghi delle strade fiorentine.

Alle 5 e mezzo del mattino ci troviamo di fronte alla stazione, è lì che ci vengono affidati i giornali che avremo in consegna per la giornata”, spiega uno ‘strillone’ sudamericano già avvezzo al mestiere. Sono in tanti a presentarsi all’alba in Santa Maria Novella. C’è chi viene da fuori città e alle 4 è gia in piedi. Molti non sono italiani, parecchi hanno origini centro o sud americane. Hanno bisogno di soldi per vivere e accettano qualsiasi lavoro. Anche coloro che hanno un titolo di studio elevato. “E’ da parecchio che faccio questo mestiere, spesso come secondo lavoro, per arrotondare, perché certo non mi basta per vivere”. Il nostro interlocutore, di cui non riveleremo il nome, racconta di paghe da fame.

“Capita di prendere in consegna dalle 60 alle 100 copie”, continua. Ognuno poi si reca col proprio pacco di giornali all’incrocio stabilito, dove inizia la vendita agli automobilisti in coda ai semafori, fino alle 9:30/10. “Posso riuscire a vendere 70, 80 copie, ogni tanto qualcuna in più”. Anche alcuni passanti, per lo più abitanti della zona, si fermano talvolta a comprare il giornale dallo ‘strillone’ piuttosto che in edicola. Inaspettatamente, è un lavoro nel quale ancora si può sperare in qualche mancia. Ma la paga vera quant’è?

“20 centesimi a copia”, risponde il nostro un po’ sconsolato. Vendere 70 quotidiani significa dunque incassare 14 euro, che non si capisce bene se siano netti oppure lordi. E qui si entra nella nebbia delle condizioni contrattuali. “Contratto? No, ma che contratto, lavoro al nero – afferma con grande spontaneità il venditore di giornali -. Ad alcuni viene fatto un contratto di due ore lavorative al giorno, anche se lavoriamo molto di più. Io però non ho mai visto nemmeno quello”. Ci racconta di lavorare anche il sabato e la domenica, 30 giorni al mese, Ferragosto compreso. “E’ un lavoro dove non si riposa, se la mattina non mi presento qualcun altro prende il mio posto. Guadagno poco, ma devo pagare l’affitto, e quel poco per un posto letto in stanza condivisa mi basta”.

Presto però scadrà il permesso di soggiorno. E alla nuova richiesta di permesso, se il ragazzo in questione non troverà nel frattempo un’altra occupazione regolare, risulterà non aver mai lavorato, anche se si fa il mazzo per oltre 30 ore a settimana. Pagato ancor meno dei colleghi perché senza alcun contributo. Il danno e la beffa sempre contro gli ultimi.
 

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