Psicologia: nel cuore della mente

Psicologia: nel cuore della mente

Coronavirus: cosa cambia la quarantena 

L'analisi del dottor Loris Pinzani

Foto di Engin Akyurt da Pixabay

La quarantena sta transitando come un peso che scivola dalle spalle lasciando una cicatrice, dopo i morti, le difficoltà sanitarie e quelle istituzionali. È una cicatrice che farà più male andando avanti nel tempo: dovrà essere compreso qualcosa che era sfuggito alla distratta attenzione del mondo industrializzato.

Resta in ognuno la consapevolezza di una organizzazione sociale in cui è necessaria l’assistenza sanitaria diffusa e competente, l’attenzione ad un aspetto di morale, ambientale e forse soprattutto, la consapevolezza di una impostazione economica trainata da una frenesia che siamo abituati a tollerare ma non possiamo preferire. Tutto è apparso più chiaro in questi mesi in cui il sistema si è fermato, facendo risaltare le differenze tra quello che abbiamo sempre fatto è quello che avremmo voluto fare. Questo ha messo in risalto quanto si viva in un sistema sempre meno umano e sempre più governato dal PIL. Ne abbiamo subito l’effetto.

Questa epidemia è stata l’occasione per rendersi conto di una condizione nascosta. L’Occidente, ed in esso l’Italia è un caso a sé, dovrà fare i conti con un cambiamento in cui gli individui sono distanziati fisicamente quanto fino ad oggi lo sono stati umanamente. dovranno essere rivisti i sistemi di vita in cui si è abituati ad essere attigui, uno vicino all’altro e molto spesso adiacenti non solo nelle azioni ma anche nei pensieri. In effetti la vicinanza comporta sovente una comunione di obbiettivi in cui le relazioni umane si esprimono quotidianamente. Tutto questo implicito psicologico dovrà essere rivisto e valutato.

Insieme agli aspetti personali è da riconsiderare l’intero sistema economico, dimensionandone gli aspetti e forse i guadagni, i ritmi.

Non è solo un problema di distanziamento sociale o di attenzione al possibile contagio,ma si è instaurato nell’individuo il preconcetto in cui si teme che l’altro possa essere portatore di un danno. Come se potessimo scorgere nemici negli spazi in cui prima ci sentivamo tutelati o almeno tranquilli, in cui eravamo disposti ad abbracciare farsi abbracciare, come adesso sembra solo un ricordo.
Qualunque progresso medico non cancellerà facilmente questa consapevolezza e forse ancora per molto le tavolate e gli abbracci alle cene dei compagni di liceo saranno solo ricordi. Resta in ognuno la consapevolezza di una organizzazione sociale in cui sono diventate urgenti molte scelte etiche rimandate da tempo, tra cui la cura del debole, l’attenzione ad un ambiente di cui abbiamo abusato: qualcosa non è stato compreso in questi decenni.

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L’uomo si è certamente lasciato andare ad una avidità emotiva che ha trovato la risposta nel vorticoso incessante scandire di emozioni sempre maggiori, dei quali eccessi ci rendiamo conto solo adesso che ne appare la misura. Ricordiamolo quando torneremo alle cene con i compagni di liceo.
 

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