Martedì, 16 Luglio 2024
Diario di una donna

Diario di una donna

A cura di Federica Sazzini

Se una relazione finisce, se lei non ti vuole o se è più brava, non è un fallimento: cambiamo la scala dei valori

Un invito, da donna e da madre, a cambiare la scala dei valori dei figli maschi

E se il problema fosse la performance? Se fosse colpa del terrore che abbiamo tutti di non essere abbastanza, di essere lasciati indietro, scartati perchè difettosi, e così restarcene soli e rifiutati?

E se questo terrore fosse più forte negli uomini che nelle donne? Noi donne, abituate ad vivere in una società patriarcale, siamo abituate ad essere considerate “meno”.

E, a furia di essere escluse dal mondo degli uomini, costruito su una rigida gerarchia di potere e performance, abbiamo integrato nel nostro mondo altri valori, diversi.

Da sempre gli uomini ci ci abbandonano, basti pensare a Penelope o ad Arianna, ma non per questo ci diamo a gesti efferati (a parte Medea, che dovrebbe meritare una dissertazione a parte).

Che tutti quanti viviamo in una società patriarcale, sia uomini che donne, chi più e chi meno, credo sia cosa ormai accettata. Che abbiamo delle convinzioni di cui a malapena siamo consapevoli e che modellano il nostro sguardo sulla realtà e cosa ci aspettiamo da essa invece talvolta ci sfugge.

Io, che pure sono laureata, ho un dottorato e un lavoro molto simile a quello del mio partner, quando incontro una coppia istintivamente penso che lei faccia un lavoro più umile del suo compagno. Tranne poi scoprire che non è così e sentirmi un po’ stupida.

Questo per dire che la realtà in cui cresciamo e viviamo influisce su tutto. La società però è cambiata, tanto e in maniera estremamente veloce, ad un ritmo che per molti è stato spiazzante.

L’emancipazione femminile è stata uno dei cambiamenti positivi degli ultimi cento anni. Le donne oggi studiano, lavorano, sono autonome, scelgono se e quando avere dei figli, scelgono se e quando sposarsi, e scelgono, al pari dei loro compagni, se e quando separarsi.

Eppure da inizio 2023 ci sono stati 107 femminicidi. Le cause? Sicuramente il patriarcato, come in molte abbiamo gridato a squarciagola nelle piazze.

Perché è un sottotesto che ancora permea la società, perché le donne sono ancora cose che vanno possedute e che non devono avere voce propria, né propria volontà.

E solo questo? Io non credo che basti a spiegare quello che sta accadendo. L’omicidio di Giulia Cecchettin fra questi 107 delitti è quello che più ha attirato l’attenzione mediatica.

Per la giovane età dei ragazzi, per il contesto di buona famiglia borghese italiana (la sua quanto quella dell’omicida), per via dell’istruzione elevata che entrambi, studenti prossimi alla laurea, possedevano.

Questa vicenda in me ha evocato vecchi ricordi. Per sei anni ho avuto una relazione con un mio compagno di studi. Eravamo entrambi iscritti a Ingegneria e ci siamo laureati a due mesi di distanza. Io per prima.

Dopo che ho deciso di chiudere la relazione, mia madre mi ha confidato di aver avuto paura quando mi sono laureata, temeva che il mio ragazzo non l’avrebbe presa bene, perché vedeva quanto soffriva la competizione nei miei confronti.

Il giorno in cui abbiamo detto ai suoi genitori che ci saremmo lasciati sua madre fra le lacrime mi ha guardata senza capire ed ha esclamato incredula: “Ma come, dopo tutti i successi che avete conseguito insieme?! Siete una coppia perfetta!”.

All’ultimo appuntamento ci sono andata da sola,  e mi sarebbe sembrato strano, dopo tanti anni insieme, andarci accompagnata da qualcuno.

Ricordo solo la sua rabbia. Era ferito, amareggiato, aveva il cuore a pezzi ed io ne ero indubbiamente la causa. Ma ciò che più lo aveva fatto sprofondare in un vortice di rabbia e recriminazioni era il vedere il nostro lasciarci solo come un immenso fallimento.

Di sicuro soffriva per avere perso me, ma ancora di più per aver fallito. Lo stare insieme, in coppia, era una performance e aveva il suo pubblico. I suoi genitori, i parenti, gli amici, i conoscenti, gli utenti di Facebook, i colleghi di lavoro.

Mettendosi con me, che ai suoi occhi gli ero sempre sembrata 'troppo' (troppo istruita, troppo autonoma, troppo bella persino), aveva tentato il triplo salto mortale all’indietro. E, nella sua testa, non gli era riuscito, aveva fallito. Inutile dire che non era così.

Giovedì 16 novembre Giulia avrebbe dovuto laurearsi, prima del suo ex-fidanzato. Non c’è riuscita, e sappiamo perché.

L’ex fidanzato di Giulia gli aveva detto di fermarsi con gli studi. Lei non lo aveva fatto. Si sarebbe laureata prima di lui, senza di lui, e lui sarebbe rimasto in un angolo a vedersela con il suo doppio fallimento, come studente e come partner.

“Mi sembrava un figlio perfetto”, ha commentato il padre di Filippo.  “Eravate una coppia perfetta”, commentava la mia ex-suocera. Forse, se mi avesse lasciato lui, avrei avuto anche io il cuore a pezzi, ma non credo che avrei pensato di avere fallito.

Alle femmine si dice spesso “l’importante è partecipare”, ai maschi si ripete ancora “devi vincere”. E una società competitiva come la nostra non aiuta.

Non che prima la realtà fosse più semplice, però i maschi avevano il privilegio di poter tornare a casa e fare il bello e il cattivo tempo, perché lì comandavano loro, perché lì loro erano meglio della donna che avevano accanto, perché lì c’era una femmina che si sarebbe presa cura di loro senza se e senza ma, una prosecuzione del ruolo materno.

Ora non è più così. E dobbiamo cambiare la scala di valori dei nostri figli maschi. Se una relazione finisce non è un fallimento, se una donna non ti vuole più non è un fallimento, se lei è più brava di te in qualcosa non è un fallimento.

E, soprattutto, il bene che ci si vuole non è funzione della performance. A volte è per sempre, più spesso solo per un po’. Ed accettarlo significa crescere. Farebbe bene a tutti, maschi e femmine. Ma, visti i numeri, soprattutto ai maschi.

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