Inchiesta Open, cinque indagati. Nel mirino dei pm una società lussemburghese

Oltre a Bianchi e Carrai, ci sono l'imprenditore Patrizio Donnini, la moglie Lilian Mammoliti e il manager Lino Bergonzi

L'imprenditore Patrizio Donnini

Non solo aziende e società in Italia. Gli investigatori della Guardia di Finanza coordinati dalla procura di Firenze che indagano sulla Fondazione Open, hanno superato i confini nazionali e messo nel mirino gli affari di una società lussemburghese, la Wadi Ventures Management. Si tratta di una Sarl, cioè una “société à responsabilité limitée”, che farebbe riferimento all'imprenditore grevigiano Marco Carrai, indagato dal procuratore capo Giuseppe Creazzo e dai pm Luca Turco e Antonino Nastasi per finanziamento illecito ai partiti, assieme all'ex presidente di Open, l'avvocato pistoiese Alberto Bianchi. Quest'ultimo è indagato anche per traffico di influenze illecite. Proprio Carrai, ritenuto dagli inquirenti “l'anello di congiunzione tra la Fondazione e una serie di imprenditori-finanziatori renziani, avrebbe fondato la Wadi assieme ad alcuni soci, anche israeliani, nel 2012. Carrai è diventato console onorario di Israele pochi mesi fa.

Nell'inchiesta su Open, duramente criticata dall'ex premier, figurerebbero indagati oltre a Bianchi e Carrai, anche l'imprenditore fiorentino Patrizio Donnini (tra le sue società ci sono la Immobil Green e Dotmedia), la moglie Lilian Mammoliti (una delle organizzatrici delle Leopolda) e Lino Bergonzi, manager della società Renexia (gruppo Toto). Le ipotesi accusatorie nei confronti dei tre sarebbero riciclaggio e auto-riciclaggio. All'origine dell'indagine, d'altronde, ci sarebbe proprio una “singolare e cospicua plusvalenza” - ipotizzano le Fiamme Gialle - realizzata da Donnini con la vendita di alcune società attive nel settore dell'energia green, titolari di progetti nel mercato delle energie rinnovabili, a Renexia, società del gruppo Toto.

Durante le perquisizioni dei giorni scorsi, i militari che hanno fatto visita a Donnini nella sua casa a Bagno a Ripoli avrebbero sequestrato all'imprenditore una scatola da scarpe piena di banconote. Mentre nella sede del gruppo Toto, le stesse Fiamme Gialle avrebbero trovato tracce di una parcella da un milione di euro circa, pagata all'avvocato Alberto Bianchi. Quasi la metà del denaro di quei soldi sarebbe poi finita nelle casse di Open, la fondazione renziana di cui Bianchi è stato appunto presidente dal 2012 fino al suo scioglimento, nel 2018. Secondo la procura (e il tribunale del Riesame), in quel trasferimento dal gruppo Toto alla Fondazione Open, “schermato” da Bianchi, potrebbe configurarsi il finanziamento illecito ai partiti. Per questo gli stessi, in tre giorni di perquisizioni, nelle scorse settimane hanno sequestrato la lista dei finanziatori di Open in possesso di Bianchi.  

Intanto l'imprenditore Alfredo Romeo ha smentito la perquisizione dei giorni scorsi nei suoi confronti: “nessuna perquisizione è stata effettuata in alcuna società del Gruppo Romeo o comunque riferibile al sottoscritto, né tanto meno in una mia abitazione” ha dichiarato, non nascondendo “stupore e rassegnata indignazione” per il clamore mediatico che lo ha nuovamente investito dopo il caso Consip. 

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