Omicidio di Ravenna: perché la Corte d'Appello ha confermato l'ergastolo a Cagnoni

184 fitte pagine che spiegano perché il 26 settembre scorso la Corte d'Assiste d'Appello di Bologna ha confermato l'ergastolo per Matteo Cagnoni, condannato in primo grado per l'omicidio della moglie Giulia Ballestri

Giovedì sono state depositate le motivazioni della sentenza dell'omicidio di Giulia Ballestri, moglie del medico Matteo Cagnoni. Quest'ultimo fu arrestato dalla polizia per l'omicidio di Ravenna, avvenuto nel 2016, nella villa di famiglia lungo Via Bolognese. 

184 fitte pagine che spiegano perchè il 26 settembre scorso la Corte d'Assiste d'Appello di Bologna ha confermato l'ergastolo per Cagnoni, condannato in primo grado per l'omicidio della coniuge.

IL PROCESSO

L'avvocato della famiglia di Giulia, Giovanni Scudellari, aveva chiesto la conferma dell'ergastolo, mentre quello di Cagnoni, Gabriele Bordoni, aveva chiesto per il suo cliente una perizia psichiatrica. Il collegio giudicante ha accolto le richieste del procuratore generale Gianluca Chiapponi, confermando la condanna in primo grado del 22 giugno 2018. Confermate anche le aggravanti di crudeltà e premeditazione. Plausibile che ora Cagnoni si giocherà anche l'ultima carta del ricorso in Cassazione: il suo legale avrà trenta giorni di tempo per presentarlo.

LE MOTIVAZIONI 

Per la Corte, si legge nella sentenza, "il quadro indiziario è talmente grave e univoco che non possono sussistere di fatto reali dubbi sulla prova piena della responsabilità dell'imputato". "Non accetta, questo è il punto centrale a parere di questa Corte, la perdita del potere su di lei. Lo stereotipo culturale alla base della cosiddetta violenza di genere (...) appare permeare il sentire dell'imputato. (...) A più di tre anni di distanza dall'omicidio l'imputato non è riuscito a proferire una sola parola di pentimento. (...) Tale violenza di genere, sia di carattere fisico che psicologico, deve essere considerata come una forma di violenza specifica, che colpisce la donna nella sua identità di genere: cioè proprio in quanto donna e all'interno di un discorso di progressiva sopraffazione instaurato nel contesto di una relazione di prossimità con l'autore, uomo, del reato. (...) Non pare a questa corte, di fronte alla assoluta ferocia della condotta posta in essere verso la coniuge e indirettamente verso i propri figli, privati della madre in giovanissima età, e alla mancanza assoluta di pentimento e di revisione critica del proprio crudele comportamento, che le richieste attenuanti generiche possano in definitiva essere in alcun modo concesse. (...) La scelta di un mezzo di inflizione di sicure sofferenze quale un randello (...) è indice di raccapricciante cinismo e particolare crudeltà. (...) E indice di efferatezza e mancanza di pietas è anche la spoliazione della vittima, compiuta all'evidente e unico fine di infliggerle un'ultima umiliazione e posta in essere quando la donna era ancora viva. (...) Il disturbo di personalità (nel caso di specie narcisistico) non ha comportato una valutazione di incapacità patologica; si ritiene che lo stesso (...) non possa fondare di per se stesso la concessione delle attenuanti generiche, che rimangono ancorate alla gravità del fatto. (...) Una disarmonia della personalità legata all'indole del soggetto che non può ritenersi abbia condotto a una compromissione della coscienza tale da aver reso l'individuo estraneo a se stesso". 

 
 
 

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