Sabato, 13 Luglio 2024

Pitti Uomo, la storia di "Rifò": "Noi contro il fast fashion, produciamo i nostri capi dagli scarti" / VIDEO

Nata a Prato la startup fondata da Niccolò Cipriani recupera abiti usati, ne rigenera il filato grazie alla sapienza degli artigiani locali e lo usa per confezionare capi nuovi

Da ormai diverse edizioni a Pitti Uomo la sostenibilità e il riciclo hanno un ruolo sempre più centrale. Uno dei grandi obiettivi della moda è cercare di cambiare le abitudini dei consumatori: puntare ad un uso sostenibile dei capi d'abbigliamento. In quest'ottica, tra i vari stand, c'è un'azienda pratese che basa interamente la sua filosofia per questo obiettivo.

Si chiama Rifò (e già dal nome si capiscono gli intenti) ed è nata nel 2017 grazie ad un progetto ideato da Niccolò Cipriani. In Vietnam, all'interno di un programma dell’Onu, Niccolò ha visto gli impatti del fast fashion e della sovrapproduzione: montagne di vestiti, accessori e oggetti destinati all’inceneritore. Così è tornato nella sua città e grazie a un crowfunding ha recuperato la tradizione dei “cenciaioli” per produrre localmente capi sostenibili e rigenerati, risparmiando risorse e materie prime.

"Lavoriamo esclusivamente con produttori pratesi, che si trovano nel raggio di 20 chilometri - spiega Arianna Vivolo, export sales manager di Rifò -. Tutto inizia proprio dal lavoro dei cenciaioli, un'arte centenaria radicata nella tradizione tessile pratese. L'obiettivo è proprio quello di dare nuova vita ai cenci. Per non perdere questa tradizione la nostra azienda offre anche corsi di studio e stage retribuiti alle persone appena arrivate in Italia per aiutarle ad entrare nel mondo del lavoro e imparare questo mestiere". 

La sfida più difficile è convincere i consumatori ad abbandonare il così detto "fast fashion" per abbracciare uno stile più sostenibile e circolare. "Dobbiamo cercare di combattere il fast fashion offrendo un prodotto di qualità e made in Italy. Purtroppo si tende a credere che in quanto riciclato dovrebbe essere più economico, mentre invece non è così perché c’è un processo industriale in più da considerare. Bisogna capire che quel prodotto non lo paghi 5 euro perché dietro non c'è lo sfruttamento della manodopera". 

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