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La guida infallibile alla scelta delle serie tv: "Il segreto? Non guardare serie tv del ca**o"

A indicare la via da intraprendere per guardare meno e meglio è Giacomo Lucarini, scrittore originario di Camaiore (Lucca) classe 1982 con alle spalle esperienze da ghostwriter, marketing strategist, redattore e social media manager

Tra i quiz e le liste che ti aiutano a scegliere quale film, o serie tv, guardare ecco che spunta da outsider il libro di Giacomo Lucarini che in 10 punti (che noi non sveleremo) spiega perché dovremmo smettere di "guardare serie tv del ca**o". Il manuale è un invito a utilizzare meglio il proprio tempo senza perdersi in una spasmodica ricerca del 'cosa vedere' ed è soprattutto un'esortazione a non farsi fagocitare dal 'ne parlano tutti devo mettermi in pari'. 

Il suo appello a un intrattenimento consapevole ha fatto breccia nel cuore dei lettori-spettatori e il suo "Smetti di guardare serie tv del ca**o", autopubblicato su Amazon a fine dicembre 2022, nel giro di un mese ha raggiunto lo status di bestseller Amazon a gennaio 2023 nella categoria "Guide cinematografiche" e la Top10 in quella del "Self-Help". Un risultato inaspettato che ha meravigliato lo stesso Lucarini che a FirenzeToday ha dichiarato: Per me è stato un esperimento e l’autopubblazione di un manuale, che per me era urgente, è stata una prova e devo dire che è andata abbastanza bene. Con le vendite che ho fatto in poche settimane ha scalato le classifiche arrivando al primo posto, anche se per pochi giorni, sopra il libro ufficiale di Avatar 2. Questo mi ha fatto capire che era il momento giusto per farlo conoscere". Cosa indica questo successo? Che abbiamo molto più bisogno di riequilibrare il nostro desiderio di essere intrattenuti di quanto pensiamo.

E se L'attesa del piacere è essa stessa il piacere (per molti) altrettanto non si può dire de La scelta di cosa guardare è essa stessa il guardare ed è evidente il perché. Per questo motivo Lucarini si focalizza molto sulla perdita di tempo che spesso si traduce in un nulla e invita i suoi lettori a pensare "con il cervello attivo" a come trascorrere i propri momenti liberi smettendo di sprecarli con prodotti di basso livello. Attenzione: con di basso livello non stiamo dando una connotazione negativa a determinati contenuti, perché non esiste intrattenimento di serie a o b, come spiega anche Lucarini, ma ci riferiamo a film o serie che a noi personalmente non piacciono ma che per inerzia, paura di aver buttato via del tempo (bias del costo sommerso, detto anche la fallacia dei costi irrecuperabili, in inglese il sunk cost fallacy), volontà di essere partecipi al dibattito o per noia continuiamo a guardare.

Perché hai deciso di scrivere questo libro?

Io ho lavorato nel mondo dell’editoria online per anni e so quanto sono necessari i click e quindi si tendono a creare, in modo artificiale e artefatto, provocazioni e polemiche e quindi abbiamo una percezione distorta dell’intrattenimento poiché non sempre viee dato il giusto peso alle opere. L’idea è nata perché ho sentito l’esigenza di consigliare alle persone di tornare a scegliere consapevolmente cosa guardare. L’intrattenimento deve essere intrattenimento, non bisogna scegliere solo in base alle mode e al dibattito social, ma seguendo i propri reali interessi. Spesso siamo sovraesposti ai contenuti e non riusciamo più a capire cosa davvero ci piace e inoltre l’intrattenimento è diventato il pilastro della nostra esistenza e invece dovrebbe avere un tempo limitato e un rilievo limitato.

L’esigenza di trovare qualcosa che permetta di staccare la mente e non pensare a niente spinge a guardare prodotti poco appassionanti che però evitano di impiegare energie nella ricerca di qualcosa di migliore. Questo è sempre un problema?  (Questo è un esempio di bias del presente, noto come hyperbolic discounting, che induce a preferire piaceri fugaci e immediati rispetto ad un investimento più faticoso inizialmente, ma che potrebbe dare origine a benefici a lungo termine)

No, perché l’intrattenimento è anche questo: cercare svago. Il problema sorge quando scegliamo di guardare serie o film una dopo l’latra, solo perché ce lo consiglia un algoritmo. Beh, allora è evidente che c’è un problema che va al di là del voler staccare la mente. Sentire l’esigenza di guardare sempre qualcosa di nuovo solo per riempire il tempo deve far riflettere perché se invece di staccarlo il cervello lo attaccassimo ci potremmo rendere conto che l’intrattenimento, che ci dà sollievo, non è sempre la risposta giusta. Talvolta mettersi alla prova, e quindi avere la spina accesa, ci dà più soddisfazione: possiamo guardare un documentario, seguire un corso online, prendere lezione di uno strumento. Lo svago non va demonizzato, ma dovrebbe essere legato a un tempo limitato, altrimenti ci succede quello che accade se il frigo sta staccato per troppo tempo: il cibo dentro diventa avariato.

Nel libro rifletti su come la mania del tutto e subito abbia distrutto il potenziale di alcune grandi serie tv. Quali sono per te quelle che hanno perso di appeal?

Molte serie hanno perso in risonanza. Infatti si può notare che alcuni produttori hanno poi cercato di centellinarle per ridare quella eco che aveva la cadenza settimanale. Basti pensare a Game of Thrones o House of the Dragon come ogni settimana non si faceva altro che parlare di loro rendendole dei veri e propri eventi. Nel momento in cui stiamo parlando c’è The last of us, di Hbo che ancora rimane legata alla cadenza settimanale e quindi crea grande coinvolgimento.

Stranger Things, serie tra quelle che sono uscite tutte insieme, ha avuto un enorme successo temporaneo: una fiammata iniziale, se ne parla per qualche settimana e poi  il fuoco si affievolisce nel giro di pochi giorni. Per questo motivo Netflix ha deciso di dividere l’ultima stagione in due parti così da essere sicuro che chi si era abbonato alla piattaforma solo per quel prodotto avrebbe pagato un altro mese.

Questo esempio, che non è isolato, è la dimostrazione che far uscire i contenuti tutti insieme non paga più nemmeno in termini di ricaduta mediatica e questo è emblematico. Ovvio non smetteranno di esistere le serie pubblicare in una sola tranche, ma perché, negli ultimi 10 anni, si sono modificate le abitudini degli spettatori. Io ho notato molti commenti di utenti che non vorrebbero mai più la cadenza ogni sette giorni poiché non si ricorderebbero cosa è successo da una settimana all’altra. Per me è assurdo, perché quindi, di nuovo, ci troviamo di fronte al problema di partenza: se non te la ricordi vuol dire che guardi male o forse troppo.

In queste settimane non si parla d’altro se non di Mare Fuori (l a serie racconta le vicende di alcuni detenuti e membri del personale dell'immaginario IPM – istituto penitenziario minorile – di Napoli, liberamente ispirato al carcere di Nisida ). La Rai ha deciso di pubblicarlo tutto in streaming su RaiPlay e poi lo sta proponendo in tv ogni settimana. Scelta giusta o sbagliata?

In Rai per la prima volta, forse, hanno dimostrato di sapere che la tv generalista e “vecchio stile” non viene vista dalla fascia di utenza che guarda i canali in streaming. In Rai hanno adottato una strategia di marketing ovvero utilizzare due canali di distribuzione differenti in maniera complementare pensando al target. Da una parte c’è l’over 50 e dall’altra gli under 40 e 30.

La differenziazione, che va a implementare e non a sottrarre, secondo me è stata azzeccata perché comunque non smuoverà il pubblico: chi lo guarda in streaming lo guarderà sempre online, chi in tv rimarrà alla tv e chi è super fan lo guaderà due volte.

Gli spettatori hanno ancora la forza di indirizzare il mercato o forse ne hanno troppa?

Quando un prodotto non piace o suscita molte polemiche viene cancellato, questa è la legge spietata del mercato, da sempre. Ma tra algoritmi e ondate social, non è cambiato molto rispetto a 15, 20 anni fa. Prima esisteva la stagione delle cancellazioni in cui i canali statunitensi guardavano i punti di share dei loro prodotti e decidevano su cosa continuare a puntare e su cosa no. Oggi una cancellazione è molto più sentita perché le piattaforme di streaming portano tutto e subito: noi in Italia spesso abbiamo aspettato mesi, talvolta anni, per vedere fiction o film, quindi adesso ci sembra amplificato.

Il consumo critico è l’unica nostra vera arma perché se un prodotto è scadente e non ci piace ma lo continuiamo a vedere noi facciamo capire che in realtà ci piace e gli stiamo dando visualizzazioni: quello che conta, alla fine, è il tempo di visualizzazione. Solo interrompendo la visione diamo un messaggio. Le piattaforme di streaming che hanno bisogno di caricare sempre nuove serie, spendendo il meno possibile per riempire il più possibile il catalogo si trovano spesso a produrre prodotti di qualità scadente a scapito di altre serie, come ad esempio Mindhunter di David Fincher (Fight Club, Seven). Il regista ha dichiarato che la terza stagione non ci sarà perché ritenuta troppo costosa da parte di Netflix poiché non aveva un pubblico così ampio da giustificare l’investimento. Se guardassimo tutti meno e meglio anche la piattaforma sarebbe costretta ad adeguarsi.

Questo è stato il decennio delle serie tv, adesso siamo già in un nuovo periodo. Il futuro dell’intrattenimento è ancora tutto da scrivere, ma non si parlerà più di serie come fenomeno in ascesa, ma avremo una soglia di mantenimento dove coesisteranno film, serie tv che escono tutte insieme, in due tranche, serie settimanali. Un caposaldo dell’intrattenimento, che non dovrebbe mai cambiare, è la nostra pretesa di una qualità superiore che si traduce nel diritto e dovere di smettere di guardare serie tv del ca**o.

Giacomo Lucarini_Credits ©Sebastiano Bongi Tomà

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