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Moda e shopping, tornare al passato per salvare il pianeta: la storia di Niccolò, fondatore di Bennu

Il progetto del giovane toscano punta a dare una nuova vita agli scarti di capi e tessuti per cercare di cambiare la filosofia del mondo della moda, ormai insostenibile dal punto di vista ambientale

Il cambiamento climatico è ormai un problema impellente. Per anni se ne è parlato dandone un'accezione futura, oggi è il presente. Il pianeta chiede aiuto e tutti sono chiamati a cambiare abitudini. Soprattutto chi ha un'azienda oggi deve affrontare anche il tema della sostenibilità, diventato di fondamentale importanza al pari di altri.

Uno dei settori che più impattano sull'ambiente è proprio quello della moda. Il così detto “fast fashion” porta le persone ad acquistare i capi più volte, il tutto a basso costo, per indumenti che si gettano via dopo poco tempo per poi andare a fare di nuovo shopping e così via, dando vita ad un circolo vizioso che va a creare milioni e milioni di scarti, spesso non riciclabili.

È da questo concetto che nel 2021, in piena pandemia, nasce Bennu, il brand di moda ecosostenibile del toscano Niccolò Chiuppesi, che regala una seconda vita alle stoffe e ai vestiti scartati, creando pezzi sartoriali che richiamano la tradizione della sartoria italiana: “Dopo l'università a Firenze ho lavorato per una multinazionale che opera nella moda e da lì è nata l'esigenza di andare a portare oltre alla mia immagine nel mondo della moda anche determinati valori ed esigenze che non sono personali, ma di tutti, dall'aspetto ambientale a quello per le persone che sono coinvolte nei vari cicli di produzione. Da qua il nome Bennu, che era l'uccello sacro della mitologia egiziana, equivalente della fenice, che rinasce dalle proprie ceneri. Una metafora perfetta per il mio progetto, che punta a dare una nuova vita a capi e tessuti che hanno avuto una vita precedente”.

Un lavoro quello di Niccolò non semplice, alla continua ricerca di scarti che riescano sia a soddisfare le esigenze stilistiche ma anche quelle sulla sostenibilità: “La ricerca parte dai magazzini di stock invenduto o in negozi che non hanno più esigenza di vendere perché stanno chiudendo ad esempio, per poi effettuare la trasformazione del capo, che avviene in piccole realtà sartoriali del distretto fiorentino. A questo ci aggiungiamo una responsabilità sociale. Non può esistere un impegno verso l'ambiente se prima non esiste un impegno verso le persone che questo mondo lo abitano. È normale che ci sia bisogno del massimo rispetto per le persone che sono coinvolte in tutti i cicli produttivi di questa produzione. Per quanto riguarda lo stile – aggiunge Niccolò – lavoro intorno a un concetto che si chiama “Frammenti Di Un Ricordo Contemporaneo”, che racchiude l'identità di Bennu, che nasce da un ricordo per generare un capo che guarda alla contemporaneità. Ricordi dell'adolescenza, legati alla provincia Toscana, per creare indumenti slegati da ogni tipo di categorizzazione. L'obiettivo è continuare a disegnare un prodotto che guardi al mondo della moda che riesca a mantenere questi valori di sostenibilità ambientale e sociale”.

Un progetto ambizioso che lancia un messaggio forte al mondo della moda:“L'industria della moda è una delle più inquinanti a livello mondiale, sia per quanto riguarda l'uso di sostanze tossiche, sia per quanto riguarda lo spreco d'acqua sia per i tessuti che vengono distrutti e sprecati. A livello ambientale ci sono degli impatti devastanti, basti pensare che per fare un jeans ci vogliono 100 litri di acqua. Per non parlare delle emissioni di Co2. Siamo a livelli non più sostenibili. Tutto questo avviene al 90% nei paesi in via di sviluppo, dove anche le condizioni lavorative sono imbarazzanti, sia dal punto di vista salariale, sia dal punto di vista fisico. Speravo che la pandemia avesse portato a riflettere le persone su come migliorare l'impatto sul nostro pianeta. Purtroppo vedo sempre e comunque una ricerca compulsiva del nuovo, nonostante negli ultimi anni il mercato del second hand sia cresciuto e abbia in parte ridotto quelli che sono gli impulsi compulsivi di acquisto. Siamo in ogni caso ancora lontani dall'idea di comprare una cosa per usarla nel tempo e non per usarla un paio di volte. Quando andiamo ad acquistare una maglietta che costa 4 euro bisognerebbe farsi una domanda: come è possibile con tutto il lavoro che c'è dietro, che questa maglietta costi così poco?”.

Domanda che purtroppo, negli anni, la maggior parte della popolazione non si è più posta per delle abitudini cambiate rispetto al passato: “Siamo stati spinti e invogliati ad acquistare a poco prodotti che lentamente ci hanno creato una sorta di dipendenza. Tante magliette che spesso compriamo non ne abbiamo realmente bisogno, probabilmente un processo dettato da prezzi accessibili a tutti. Quindi adesso, quando ci troviamo davanti ad una maglia che costa 6/7 volte di più, ci chiediamo il perché, ma non pensiamo che quel costo maggiore permette al brand di costruirci un lavoro di sensibilizzazione verso quello che è l'argomento, di non utilizzare plastiche miste e di permettere a chi l'ha cucita quella maglietta di essere pagato dignitosamente”.

Ma quanto costa per un azienda essere sostenibile? E ci sono aiuti per esserlo da parte delle istituzioni? “Una realtà imprenditoriale che nasce oggi non può non essere sostenibile. C'è un aiuto da parte delle istituzioni certo è che, a mio modo di vedere, se si continua a valutare un'azienda responsabile con gli stessi parametri con cui si valutano aziende che hanno altri parametri finanziari, si va incontro a grandi discrepanze".

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