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Il Colosseo no, Palazzo Vecchio sì. Ma la bellezza può chiudere?

Natali: "Ci vorrebbe più coerenza, ma in Italia tutto sta saltando, a cominciare dalle relazioni umane". Tutto oggi viene misurato con numeri e denaro". E poi ricorda il '68: "se tutte le volte che c'era un'assemblea si fosse gridato allo scandalo..."

Che differenza c’è tra la chiusura del Colosseo, quella di Ponte Vecchio e del museo di Palazzo Vecchio? Nel primo caso si è trattato di una riunione sindacale, nel secondo di una cena della Ferrari, nel terzo della cena istituzionale tra il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il principe ereditario degli Emirati Arabi, lo sceicco Mohammed Bin Zayed Al Nahyan, Luca Cordero di Montezemolo (presidente di Alitalia-Ethiad), Mauro Moretti (Ad Finmeccanica) e Claudio Descalzi (Ad di Eni). Lavoro: tra diritti e doveri, mal di pancia, jobs act, pretese, buste paga e salario accessorio. Business: tra lusso, smoking e prestigio stratificato quanto veloce, ma al di là dei bodyguard. Politica: strette di mano, pacche sulle spalle, accordi internazionali, industriali, questioni ordine pubblico, auto blu ovunque, transenne, cani anti esplosivo e bonifiche. Lavoro, business e politica: tre mondi che si rincorrono, si fondono, cozzano tra loro. Tre mondi, stesso risultato: la bellezza chiude, per Obama a Roma, per le cene di gala, per le scelte del sindacato, per Renzi a Firenze. Ma la bellezza, può chiudere, qualunque sia la ragione? 

La bellezza è un fatto. La libertà è prima una questione vitale, poi storia ed infine fatto ma in costante rapporto dialettico con giustizia, morale, etica. Quindi immediata ma meditata, vissuta nel fare o nel non fare. La bellezza, invece, è un assoluto: c’è e basta. E ragiona con l’apollineo e irradia il dionisiaco. Poi c’è un passo ulteriore, quello che vuole che certe bellezze e certa arte diventino patrimonio dell’umanità: memoria, stupore, DNA culturale, di tutti. Quindi pubblica, cosa pubblica. Pronta a farsi guardare da chi vuole guardare. 

Quindi può o non può chiudere? Può, se la pretesa è quella di preservare un museo senza vita, dove avvizzirebbe prima l’arte e poi la bellezza. Però perché se prendo l’aereo da Perth, in Australia, raggiungo Firenze e alle tre del pomeriggio mi trovo il museo di Palazzo Vecchio chiuso e poco dopo transennata tre quarti di piazza Signoria, quindi la Loggia dei Lanzi, non mi dovrei arrabbiare? Lavoro, politica, business reggono il cartello “ci scusiamo per il disagio”?

ANTONIO NATALI“Coerenza vorrebbe che le cose fossero sempre le stesse. Forse sì, ci vorrebbe più coerenza”. Ammette Antonio Natali, per nove anni alla guida del più importante museo italiano, la Galleria degli Uffizi, che tuttavia non ne fa il cuore del proprio ragionamento. “Non voglio far polemica”, dice a Firenze Today, anche se, la sua, è una costatazione amara, ben più spessa della solita gazzarra. Sul caso specifico, Colosseo no, Palazzo Vecchio sì, “rifuggo dalle polemiche perché mi sto rendendo conto che tutto in Italia sta saltando, a cominciare dalle relazioni umane. Ognuno fa quello che crede, poi, quando viene criticato, replica con risposte di sfida: invece di rispondere sul merito del quesito, si rilancia con un’accusa rivolta a chi ha sollevato l’obiezione. Si dovrebbero dare risposte meditate, ma la meditazione richiede tempo e oggi pare che il tempo non ce l’abbia più nessuno. Così si sfida”. 

Tornando alla domanda, però, Natali non si sottrae dal notare un fatto: “Al Colosseo mi risulta fosse un’assemblea di lavoratori e molti giornali hanno parlato di scandalo. La mia generazione di questi scandali ne ha vissuti diversi. Lo so perché ho fatto davvero il ’68, non per modo di dire: si stava lustri se tutte le volte che c’era un’assemblea si fosse gridato allo scandalo”. Il punto è che anche la bellezza, l’arte, “tutto oggi viene misurato con numeri e denaro. Io però sono fatto di un altro pasta e sono felice di essere così. Cerco di considerare tutto alla luce di un’etica, di un pensiero, di una linea morale che tenga conto delle relazioni umane”. 
 

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