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Martedì, 25 Gennaio 2022
Economia

Toscana, la ripresa c'è: Pil 2021 a +6,2%, ma il lavoro è quasi tutto precario

Dallo studio della Cgil emerge come nell'anno del Covid solo il 12% degli avviamenti al lavoro siano stati a tempo indeterminato

Si consolida la ripresa economica in Toscana, ma la risalita dell'occupazione è lenta e all'insegna della precarietà. Sono i risultati dell'ultima indagine di Ires, il centro studi di Cgil, sull'andamento dell'economia regionale, presentata questa mattina.

Nel 2021 il Pil toscano dovrebbe chiudere, secondo lo studio, intorno al +6,2%, superiore alla media nazionale (+6%). A fare da traino i consumi (+4,4%), gli investimenti (+16,6%) e il forte recupero dell'export anche rispetto al 2019 (+4,6%).

Quanto alle singole specialità produttive si registrano un +10% su base annua per il manifatturiero, un +8% per l'agricoltura, mentre i servizi - condizionati ancora dalle restrizioni anti-Covid - si accontentano di un relativamente più modesto +4,1%.

A cascata il Pil pro capite recupera quota e dovrebbe raggiungere a fine di quest'anno i 29mila700 euro: 1.700 euro in più sul 2020.

D'altro canto nel 2020 gli avviamenti al lavoro, pur in rialzo del 22,3% sul 2020, sono ancora 14 punti percentuali al di sotto sul 2019. L'occupazione diventa, quindi, la vera nota dolente del 2021. I due terzi dei lavoratori salvati dagli ammortizzatori sociali durante il primo anno di pandemia non sono tornati sul mercato.

Ma il dato più eclatante è quello che riguarda i nuovi contratti avviati nel 2020, anno nel quale è esploso il Covid: solo il 12% di essi sono stati a tempo indeterminato, contro il 54,7% a tempo determinato, il 9,9% di contratti di somministrazione, il 3,4% di apprendistato, il 7% di lavoro intermittente e via a seguire altre tipologie contrattuali, tutte precarie.

"C'è un'esplosione del lavoro a termine, che segnala evidentemente ancora elementi di incertezza e insicurezza da parte del sistema delle imprese. Una ripresa che non si traduce in posti di lavoro è un elemento di grande preoccupazione", dichiara il presidente di Ires Cgil Toscana Gianfranco Francese. Preoccupazione espressa anche perché "la crescita tende già ad affievolirsi nel 2022".

Dal +6,2% del 2021 le stime ridimensionano il progresso del prodotto interno lordo del 2022 al 3%. La caduta del 2020 da riassorbire dovuta alla pandemia, tuttavia, è del 9,3%. "Sono dati emblematici - commenta Claudio Guggiari, della segreteria regionale di Cgil -. Nonostante la ripresa in corso abbiamo una forza del lavoro che è quasi del tutto precaria. Non si fa così uno sviluppo di qualità".

Il sindacato confederale mette dunque sul tavolo tre priorità politiche per cambiare corso: la revisione degli ammortizzatori sociali, alla luce anche delle sfide della transizione digitale ed ecologica, la riforma del fisco e gli investimenti. Tema quest'ultimo sul quale Guggiari indirizza un monito verso palazzo Strozzi Sacrati. "La Regione - sostiene Guggiari -, deve concentrare molta parte delle risorse del Pnrr, e non utilizzarle a pioggia, in modo da consentire specialmente al manifatturiero di affrontare la competizione sui mercati".

"Si registra anche un'esplosione dei contratti di lavoro a part time 'involontario'. E' una zona grigia che spesso nasconde sacche di lavoro nero nel resto dell'orario, soprattutto nei settori alberghiero, della ristorazione e dei servizi", segnala inoltre il ricercatore Roberto Errico, che ha contribuito allo studio.

Anche in considerazione di questi dati, la Cgil chiede alle istituzioni, locali e nazioanali, di mettere a punto politiche maggiormente redistributive, facendo leva sulla politica fiscale, cioè sulle tasse. E su questo piovono critiche alla proposta del governo di ridurre ancora le aliquote Irpef, da 5 a 4, in un'ulteriore diminuzione della progressività fiscale, che è invece sancita anche dalla Costituzione.

"Servono maggiore progressività e più aliquote, e non meno, per poter redistribuire la ricchezza anche a vantaggio dei ceti meno abbienti", dice Guggiari. Nella proposta del governo l'aliquota più alta è al 43% e andrebbe su tutti i redditi sopra i 50mila euro annui: ma c'è differenza tra guadagnarne 50mila, 100mila, 500mila o magari un milione.

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