Falso Chianti in polvere: la truffa del vino corre su internet

Coldiretti lancia l'allarme a Vinitaly, i rischi per la Toscana

L’ultima frontiera dell’inganno è nella commercializzazione molto diffusa, dal Canada agli Stati Uniti fino ad alcuni Paesi dell’Unione Europea, di kit "fai da te" che promettono il miracolo di ottenere in casa il meglio della produzione enologica Made in Italy, dai vini ai formaggi. Si tratta di confezioni che grazie a polveri "miracolose" promettono in pochi giorni di ottenere le etichette più prestigiose come Chianti o Montepulciano.

L'allarme lo ha lanciato la Coldiretti allo stand di Vinitaly in corso a Verona: le “fake” in bottiglia rappresentano un mercato molto florido su internet, dove i rischi riguardano l’utilizzo per il vino di denominazioni uguali o simili per indicare prodotti molto diversi. Vini come il Chianti, così, vengono prodotti come veri e propri falsi in ogni parte del mondo.

La definizione europea del vino non contempla l’aggiunta di acqua e soprattutto per questo il commercio dei wine kit su tutto il territorio europeo – sostiene la Coldiretti – andrebbe vietato. Il Consorzio di tutela vino Chianti ha recentementedenunciato come la contraffazione corra sempre più online ed in sei mesi è stata accertata la presenza e la vendita di 39 “kit vino” che millantano la possibilità, appunto, di preparare il Chianti fai da te.

“La nostra regione – dice Antonio De Concilio, direttore di Coldiretti Toscana -  vanta le più prestigiose denominazioni di origine di vini, conta 11 Docg, 41 Doc e 6 Igt.  Il Chianti rappresenta la quota più importante della produzione di vini a Docg. Province leader sono Siena e Firenze, da cui arrivano più di 1,2 milioni di ettolitri di vino a denominazione di origine, ovvero il 40% dell'intera produzione regionale".

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"Vogliamo sottolineare come certe pratiche truffaldine – continua De Concilio - che in Italia sarebbero punite anche come reato di frode ma che all’estero sono invece permesse con evidente contraddizione favorita - conclude - dall’estensione della produzione a territori non sempre vocati e senza una radicata cultura enologica che con la globalizzazione degli scambi colpisce direttamente anche i consumatori di paesi con una storia del vino millenaria come il nostro”.

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