Coronavirus, l'economia trema: "Tante tragedie, poi ripartiremo: l'Italia non rischia di fallire"

Intervista al Prof. Segreto: "Turismo? La nostra è ancora un'economia industriale, all'Europa non conviene lasciarci indietro"

"Nell'immediato molti perderanno il lavoro, tanti chiuderanno: non so quanto tempo ci vorrà ma poi torneremo presto". Lo dice Luciano Segreto, professore di storia economica ed economia internazionale all'Università di Firenze, oltre che docente di Storia delle imprese italiane alla Bocconi di Milano. "Ci saranno tante tragedie individuali: imprese, negozi che faranno fatica a ripartire ed alcuni non riapriranno più. Poi arriverà chi occuperà lo spazio che era di altri", dice in un'intervista concessa a FirenzeToday.

Professore, quindi possiamo dire che lei è moderatamente ottimista?

"Direi che il mio è un ottimismo razionale. La ragione ti deve aiutare a vedere le cose: il futuro non è roseo, ma neanche così nero".

Per l'Italia dunque non vede alcun rischio default?

"Parlare di default mi sembra avventuristico e pericoloso: non appartiene alle cose reali. Però è evidente che tutto il sistema economico sta risentendo pesantemente di questa situazione".

Quali sono i rischi principali?

"Le nostre fragilità sono numerose come pure i punti di forza: l'Italia è per fortuna ancora un paese industriale, comunque saldamente la seconda economia industriale dopo la Germania, anche se negli ultimi anni abbiamo perso rispetto alla Germania, che ci ha staccato. Ma siamo davanti a Gran Bretagna, Spagna e Francia. Il nostro apparato industriale è integrato principalmente a quello tedesco: se la nostra economia va male fa male anche a quella tedesca e sostituire quello che facciamo noi, ad esempio sui pezzi di ricambio, non è per niente semplice". 

Questo significa che l'Europa non può permettersi di lasciarci indietro?

"Esatto. Non è un caso che la Confindustria tedesca spinga per essere concilianti nei confronti dell'Italia: che l'Italia riparta ha un vantaggio anche per la Germania. Lasciare indietro qualcun altro potrebbe essere un boomerang. Nessuno può fare a meno di tutti gli altri".

E il nostro turismo è un valore aggiunto che perdiamo?

"Noi abbiamo il turismo, certo. Ma anche in Francia il settore ha un peso: per fare un esempio il Louvre da solo ospita più visitatori di tutti i musei italiani. Il paragone ci fa comodo farlo quando abbiamo vantaggio. Il turismo è una leva ma non solo per l'Italia. La gente nel futuro prossimo si sposterà con più riluttanza".

Però il nostro debito pubblico resta un problema.

"Noi siamo i più fragili, ma non siamo come la Grecia, che fra 2004 e 2009 ha nascosto i debiti veri. La nostra situazione è stra-conosciuta da tutti: siamo un problema per l'Europa. Il nostro debito è posseduto almeno al 30% da operatori istituzionali stranieri che quindi sono attirati dal debito italiano, ma sono anche dei severi giudici. Siamo nelle mani del mercato internazionale".

Che ne pensa delle soluzioni che sta immaginando di adottare l'Europa?

"Negli ultimi giorni si sta parlando sempre più insistentemente dei 'recovery bond', che non ci indebiterebbero ulteriormente perché sarebbero alimentati col bilancio comunitario. Se il paese può far ricorso ad altre tipologie di strumenti è chiaro che la pressione sui titoli italiani può diminuire. E questo può far migliorare lo spread".

Adesso le necessità è quella di riaprire. Quali sono i settori che ne hanno più bisogno?

"Per alcuni mesi il sanitario dominerà. Fino a quel momento si andrà avanti a vista, non si può fare programmi a medio termine, ma soltanto a corto. Poi progressivamente, se saremo capaci di rispettare le regole anti-ricaduta, le cose si allenteranno in modo naturale. Conte ha parlato di distanziamento sociale e mascherine fino al vaccino: l'ha detto solo lui, Macron e la Merkel non l'hanno detto. Il problema nostro è che le 4.000 medie imprese che tengono in piedi l'Italia sono in Lombardia, Veneto e pianura padana. Che sono le zone più a rischio". 

Si dice spesso che questa pandemia sia paragonabile ad una guerra. Quanto è vero da un punto di vista economico e a quali situazioni della storia è paragonabile?

"Macron dal primo intervento ha usato la parola guerra, in Inghilterra si è fatto lo stesso, in Germania mai. In Spagna mai. Direi che è fuori luogo parlare di 'guerra'. Da u punto di vista economico con una guerra sarebbe paradossalmente più semplice. Qui non sai dove sono le truppe, questa è la differenza fondamentale. Il paragone sui morti per i bombardamenti a Milano che nei giorni scorsi ha fatto il commissario Arcuri è infelice. Dal punto di vista economico è peggio di una guerra, che è un momento di crescita per molti settori (come le armi, per esempio ndr). Questa del coronavirus è una situazione inedita: anche il paragone con la 'spagnola' non è calzante, perché lì uscivamo da una guerra con 10 milioni di morti in guerra e 13 per l'epidemia, e ci fu un'inflazione altissima".

E' stato un errore da un punto di vista economico imperniare i bilanci dei comuni su entrate "fragili" come la tassa di soggiorno?

"Il problema è che nessuno poteva immaginarsi mai una cosa del genere. Con i tagli nei trasferimenti i comuni hanno dovuto ingegnarsi: la tassa di soggiorno è stata una scelta obbligata. Firenze, Roma, Venezia, Napoli, ma anche piccoli gioielli del nostro turismo adesso hanno tutti questi problemi legati alle mancate entrate dalla tassa di soggiorno". 

Degli errori però sono stati commessi: di chi è la responsabilità?

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"La situazione che stiamo vivendo deriva tutta dall'austerity e dalle scelte politiche dei tagli che stiamo pagando care. Nessuno poteva immaginare un'emergenza del genere: ora che è arrivato il 'cigno nero' dobbiamo correggere queste scelte. Questa sarà la vera sfida. Dovremo riavvolgere il rullo e rifare anche i blocchi di partenza. Certe cose vanno rimesse come prima o fatte funzionare diversamente. Ci dovrà essere una riflessione, che mi auguro sarà a medio-lungo termine e non con la prospettiva delle elezioni regionali".

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