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Martedì, 16 Aprile 2024
Cronaca

Se gli studenti Usa scoprono che Firenze non è solo rose e fiori: "Un incubo, ne ho odiato ogni aspetto"

Il racconto di una 23enne di New York: "Non vedevo l'ora di tornarmene a casa"

Sognava cene informali con le coinquiline, avventure estive con persone che l'avrebbero chiamata 'bella', un gelato che si scioglieva al caldo estivo, chiacchiere accompagnate da un buon bicchiere di vino ed il miglior prosciutto. Ma il passaggio dal sogno alla realtà è stato diverso e alquanto traumatico: un semestre a Firenze che si è trasformato in un vero e proprio "incubo".

A raccontarlo, in un articolo on line uscito nei giorni scorsi sul magazine statunitense Insider, è Stacia Datskovska, studentessa 23enne Usa iscritta alla New York University che come migliaia e migliaia di suoi coetanei ha deciso di trascorrere un periodo di studio nella nostra città. Alla fine del periodo in città, scrive testualmente, "disprezzavo i panorami, odiavo le persone e non vedevo l'ora di tornare a casa".

Vita sballata e sette coinquiline

Ma andiamo all'inizio della storia. Prima di arrivare in città ha scoperto che avrebbe vissuto, con altre sette coinquiline, anche loro studentesse 'made in Usa', nella centralissima via dei Tosinghi. Il prezzo dell'affitto non lo dice, ma immaginiamo non fosse basso: la rendita, del resto, a Firenze è un affare d'oro. Ad ogni modo, scrive Stacia, "vivere con sette persone non è stato facile". E giù il racconto di orari sballati, di tappe all'Antico Vinaio, di uscite fino a tardi e bevute varie. Quindi dedicarsi ai suoi impegni e allo studio diventava "difficile".

Trottole per l'Europa

Poi la "pressione" di viaggiare nei fine settimana, con le coinquiline che ogni fine settimana prendevano voli low cost da poche decine di euro per le più varie destinazioni europee. Del resto, dice, questi fine settimana "sono lo standard" per gli studenti statunitensi di stanza in città. Ma a lei pareva "una forma estenuante di evasione", convinta "che i miei coetanei lo facessero solo per aggiornare i profili social e far ingelosire gli amici".

Poi Stacia scrive che "la maggior parte dei miei compagni voleva andare a 'spettacoli di sesso' (sex shows, ndr) ad Amsterdam e sbronzarsi a Ibiza", quindi lei, che voleva viaggiare "per sapere di più su me stessa", ha deciso di viaggiare da sola: Nizza, Lugano, Londra, Malta, Dubai. Anche se, ammette, passava in solitudine gran parte dei fine settimana, circostanza che l'ha buttata giù, si capisce leggendo il testo inglese, non poco.

Screzi con i fiorentini

"Nessuno del mio programma di studio sembrava avere i miei valori", scrive ancora. Ma non solo. Racconta infine di episodi spiacevoli avvenuti con "gente del posto". In particolare, un episodio su un autobus, "quando due donne parlavano di me guardandomi dall'alto in basso e deridendomi", e altre due occasioni in cui è stata coinvolta in "scontri verbali". Infine, aveva la sensazione che i fiorentini fossero "arrabbiati per il modo in cui sembriamo (gli studenti Usa, ndr) e ci comportiamo".

La risposta di Amanda Knox

Alla fine di questa lettera a cuore aperto, Stacia sottolinea che non vuole dissuadere altre persone dall'andare a Firenze e che non per tutti l'esperienza nel capoluogo toscano sia negativa, ma che per lei, "e non penso di essere l'unica", si è trattato di un vero "incubo". Il racconto sul web è diventato virale e sui social le ha risposto perfino Amanda Knox. "Che dici, studiare all'estero è fantastico!", ha scritto la ben nota Amanda su Twitter, condividendo l'articolo di Insider.

Al di là del giudizio della Knox e delle critiche e delle ironie suscitate dal racconto di cui sopra, una cosa è certa. Il tema del disagio, anche molto forte, tra studenti e studentesse statunitensi che passano un periodo in città, esiste eccome.

Basta parlare con chi lavora nel settore per scoprire che, al di là dei racconti da cartolina e delle pompose iniziative ufficiali, dietro alla marea di studenti che arrivano a Firenze si cela, tra le cifre folli dei costi delle università e del sistema dell'accoglienza per loro messo in piedi, un business inimmaginabile, dietro il quale gli episodi di sofferenza, anche psicologica, sono molto più comuni di quello che possiamo immaginare.

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