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Strage dei Georgofili, confermato in appello l’ergastolo al boss Tagliavia

La corte di assise d'appello ha confermato la sentenza di prima grado per il boss, condannato per aver messo a disposizione il gruppo di fuoco degli attentati di Roma, Firenze e Milano

Ieri la corte d’assise d’appello di Firenze ha confermato l’ergastolo per il boss Francesco Tagliavia. Tagliavia, capofamiglia di Corso dei Mille, in carcere dal 22 maggio '93 per una serie di omicidi e per la strage via D'Amelio, è stato condannato per aver messo a disposizione il gruppo di fuoco per gli attentati mafiosi del 1993/1994 a Roma, Firenze e Milano. Per l'accusa sono state determinanti le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza.  "La sua attendibilità – ha commentato il sostituto pg Giuseppe Nicolosi – è stata confermata". E' stato Spatuzza a indicare Tagliavia fra i presenti alla riunione palermitana, che si tenne fra l'attentato a Costanzo e quello di Firenze e durante la quale, cartine turistiche e libri d'arte alla mano, venne organizzato l'attentato ai Georgofili. Spatuzza è lo stesso collaboratore che ha tirato in ballo Silvio Berlusconi e Marcello dell'Utri. I loro nomi, raccontò ai magistrati, gli furono fatti da Giuseppe Graviano che, nel gennaio 1994, gli parlò dell'affacciarsi di una nuova "sponda" politica.  

Il boss è stato invece assolto per l’attentato fallito al pentito Totuccio Contorno nell'aprile del 1994.  Proprio su questo punto il legale di Tagliavia Luca Cianferoni,  annunciando il ricorso in Cassazione,  ha spiegato come ci sia "una contraddizione macroscopica, visto che è stato assolto per l'unico fatto sicuramente riconducibile alla mafia".

TRATTATIVA - Il tema dei concorrenti esterni e del movente delle stragi è stato al centro del processo di primo grado, quando in aula vennero chiamati come testimoni anche gli ex ministri Nicola Mancino e Giovanni Conso, poi coinvolti nel procedimento palermitano sulla trattativa Stato-mafia. A differenza dei colleghi siciliani, però, la procura di Firenze non crede che la trattativa si sia compiuta, che ci sia stato un cedimento dello Stato sul carcere duro ai boss, il 41 bis. Il tema è comunque affrontato dai giudici di Firenze nella sentenza di primo grado a carico di Tagliavia: "Una trattativa indubbiamente vi fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des - hanno scritto - L'iniziava fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia". E poi, "anche se non è dimostrato in modo inoppugnabile" che le revoche del 41 bis, nel 1993, "avessero una correlazione con la trattativa, è possibile che siano state interpretate come un ulteriore segnale di cedevolezza". Riguardo la sponda politica, "le gravi affermazioni" di alcuni pentiti su Dell'Utri e Berlusconi "non hanno ricevuto una verifica giudiziaria, neppure interlocutoria". Spetta ora ai giudici d'appello, nelle motivazioni, raccontare la loro ricostruzione della stagione delle stragi. Trattativa e concorrenti esterni compresi.


Proprio sulla reclusione a vita e il regime di carcere duro si è espresso il presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage dei Georgofili Giovanna Maggiani Chelli. "Non si può togliere l'ergastolo - ha spiegato - agli uomini di Cosa nostra che non collaborano e non si pentono. Quella di oggi è una lezione anche per chi vuole l'indulto o l'amnistia".

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