Sequestrata villa di lusso: primo sequestro per autoriciclaggio

Acquistata all'asta nel 2016. Sequestro di beni per oltre 1,6 milioni di euro

Villa Banti sul sito delle aste

Sigilli a Villa Banti. Le fiamme gialle hanno eseguito un sequestro per equivalente, per un valore di 1.690.000 euro, nei confronti degli imprenditori Luigi Dagostino, 50 anni, e la compagna Ilaria Niccolai, 44 anni, accusati in concorso di appropriazione indebita e autoriciclaggio. Reato, quest'ultimo, per la prima volta contestato a Firenze. 

La villa di viale Segni, 31 vani in tutto, valore 2,9 milioni di euro, era stata acquistata all'asta da una società di Ilaria Niccolai nel 2016. L'immobile, nella zona tra Mazzini- Donatello, in passato era del ministero della Difesa, fino a quando non è rimasto abbandonato per anni ed è finito all'asta su un portale dedicato alle offerte immobiliari del patrimonio pubblico italiano. 

Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, coordinate dalla pm Christine Von Borries, Dagostino e Niccolai,avrebbero acquistato l'immobile distraendo denaro dalla società Nikila Invest srl, di cui Dagostino è amministratore unico e Niccolai socia al 70%. Nikila Invest nota a Firenze anche perchè nel recente passato ha acquistato il Teatro Comunale dalla Cassa Depositi e Prestiti. E poi il caffè Rivoire di Piazza della Signoria. Nikila, peraltro, tramite la quale la Niccolai è stata in passato socia del padre dell'ex premier Renzi nella Party Srl. Società, creata per lavorare nell'ambito degli eventi dell'oulet "The Mall" di Reggello, sciolta nel 2016. 

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INDAGINI  

Il denaro sarebbe stato versato attraverso due bonifici da 990 mila e da 700 mila euro direttamente sui conti correnti della Syntagma srl, società di proprietà di Ilaria Niccolai che si era aggiudicata la villa all'asta. Per aggirare la normativa antiriciclaggio ed evitare ogni tipo di interrogazione da parte della banca, i due imprenditori avrebbero simulato un preliminare di vendita di quote societarie della Syntagma, mai andato però a buon fine e giudicato anomalo dagli investigatori: il valore complessivo delle quote della Syntagma infatti è di circa 50 mila euro, cifra di molto inferiore rispetto al denaro transitato dai conti della Nikila Invest. Secondo gli inquirenti, i due imprenditori avrebbero agito mossi dalla preoccupazione di non far apparire il movimento del denaro come un'operazione di finanziamento verso la Syntagma, che avrebbe comportato una gestione fiscale e tributaria più onerosa.
 

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