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Martedì, 25 Gennaio 2022
Cronaca

A caccia di Covid nelle fogne: gli esiti delle prime indagini

Pubblicati i primi dati prodotti nell'ambito del progetto regionale di monitoraggio del virus nelle acque reflue

Perfetta corrispondenza: ogni nuova ondata di crescita di casi positivi al Covid-19 è stata segnalata dalla rete di monitoraggio, in coerenza con i risultati dei tamponi oro-faringei, effettuati sul territorio regionale a partire dalla primavera 2021.

E' questo il principale risultato preliminare della ricerca attivata grazie al finanziamento di uno specifico progetto regionale di allerta precoce nella lotta al Covid-19, la cui prima fase terminerà questo mese, “per il monitoraggio e la modellazione della presenza del virus Sars-CoV-2 nelle reti fognarie per la definizione un sistema di allerta precoce dell’evoluzione dell’epidemia di Sars-CoV-2, attraverso la modellazione della rete fognaria e l’individuazione di una serie di punti di monitoraggio su cui eseguire la ricerca del virus”.

“Questo nuovo strumento di indagine che ci consente di intercettare nuovi focolai e di monitorare la diffusione del virus nella popolazione, può anche aiutarci in modo determinante a definire protocolli, procedure e metodiche per il prelievo, la conservazione e le analisi delle acque reflue, per realizzare modelli di indagine su altri patogeni" spiega l’assessore al diritto alla salute Simone Bezzini.

"In Toscana abbiano quasi 14mila chilometri di reti fognarie e 1200 impianti di trattamento dei reflui. Poter sorvegliare picchi di contagio da Covid-19 per il servizio idrico può essere relativamente facile, in modo da dare ampia collaborazione alle Asl territoriali e alle comunità locali - aggiunge Alessandro Mazzei, direttore generale dell’Autorità Idrica Toscana -. Possiamo farlo anche per le competenze tecniche dei gestori del servizio e per la capillarità della nostra presenza".

La fase 2

La seconda fase del progetto regionale proseguirà a integrazione del progetto di sorveglianza nazionale “Sari” (“Sorveglianza ambientale di Sars Cov-2 attraverso i reflui urbani in Italia”) dell’Istituto superiore di sanità per altri tre anni. La decisione di proseguire con gli approfondimenti in scala regionale si basa sull’esperienza maturata con il gruppo di lavoro formato grazie al progetto, che integrerà ulteriori esperti legati alla biologia molecolare, all’epidemiologia e alla fisica dei sistemi complessi, con la finalità di eseguire un’analisi di maggiore efficacia dei dati raccolti.

Tale fase, infatti, prevederà lo sviluppo di tutti i protocolli operativi e la modellizzazione matematica dei diversi sistemi fognari monitorati, al fine di migliorare la sensibilità e il valore del monitoraggio per l’allerta precoce e completare le procedure di controllo epidemiologico del Covid-19. La volontà è pertanto quella di investire sul valore aggiunto che gli approfondimenti regionali potranno fornire, con l’obiettivo di continuare a utilizzare le reti fognarie per l’allerta precoce anche di eventuali future epidemie.

La storia del progetto

La sorveglianza della pandemia da Coronavirus (Sars-CoV-2, il virus responsabile del Covid-19) è al momento operata prevalentemente attraverso il monitoraggio dell’andamento dei casi della popolazione, rilevati tramite test molecolari e antigenici, effettuati con tamponi oro-naso-faringei o su matrice salivare, su soggetti selezionati.

La presenza di Sars CoV2 nelle feci di persone infette ha evidenziato, a livello internazionale, la possibilità di utilizzare le acque reflue, come ulteriore strumento di sorveglianza della malattia in un’ottica di “wastewater-based epidemiology” (wbe).

Estendere la sorveglianza mediante l’analisi dei reflui fognari rappresenta una formidabile possibilità per identificare eventuali nuovi focolai e prevenire in modo efficace la loro diffusione nella popolazione. La ricerca di virus patogeni nei liquami permette di rilevare anche agenti non legati alla trasmissione oro-fecale, perché in genere le infezioni virali presentano più di una via di eliminazione. Il Sars-CoV-2 è stato ritrovato nelle feci di almeno il 30% degli infetti. Già dai primi mesi di diffusione della pandemia in Europa, USA e Australia, è iniziato, dunque, il monitoraggio dei liquami per la ricerca di questo virus e ne è stata evidenziata la presenza anche più precocemente della segnalazione dei primi casi in una popolazione.

Clicca per continuare a leggere la storia del progetto e alcuni dati specifici

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