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Mercoledì, 22 Maggio 2024
La strage in cantiere / L'Arcovada / Via Giovan Filippo Mariti

Reato di omicidio sul lavoro, la mamma di Luana D’Orazio: “Il no del ministro Nordio è una risposta irricevibile”

Di Marco (Anf): “Una nuova fattispecie deve nascere dalla necessità di una particolare esigenza punitiva. Sarebbe sufficiente un’aggravante specifica”

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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato categorico: “No all'introduzione del reato di omicidio sul lavoro”, richiesta arrivata da più parti e con maggior forza, dopo la strage di venerdì scorso al cantiere Esselunga di via Mariti con cinque morti e tre feriti.

Una presa di posizione netta che viene definita “laconica e lapidaria” e per questo “frettolosa e irricevibile” da Emma Marrazzo mamma di Luana D’Orazio, morta il 3 maggio 2021 stritolata da un orditoio in una ditta a Montemurlo, e da Cinzia Della Porta, presidente di Rete Iside. Le due donne hanno scritto una lettera indirizzata al Guardasigilli, diffusa dal sindacato Usb, in cui chiedono un incontro “anche solo per dirle che non intendiamo arretrare e che continueremo la nostra battaglia in nome di Luana e di tutte le migliaia di lavoratrici e lavoratori assassinati nei luoghi di lavoro e a cui chiediamo almeno che la giustizia dia ascolto” e  ricordano di “aver lavorato per mesi a scrivere la proposta di legge”, ispirandosi a quella sull’omicidio stradale. 

La mamma di Luana D’Orazio: “Serve deterrenza forte per chi uccide in nome del profitto”

“Ci sembrava che non potesse esserci alcun motivo valido, a fronte di migliaia di morti e centinaia di migliaia di mutilati e invalidi ogni anno sui luoghi di lavoro perché non si adottasse la stessa determinazione anche nei confronti degli omicidi sui luoghi di lavoro. Una deterrenza forte, predisponendo una certezza della pena e una pena adeguata, se può esistere una pena adeguata per chi uccide in nome del profitto”.

“Cosa sarebbe successo ai lavoratori del cantiere Esselunga se un giorno avessero improvvisamente deciso di fermarsi e uscire sulla strada fermando la circolazione per denunciare le gravi mancanze nel rispetto della tutela della salute sul loro posto di lavoro e magari anche il lavoro nero e l'assurdità del sistema degli appalti? Avrebbero rischiato pene altissime, fino a sei anni di reclusione, grazie alla reintroduzione del reato di blocco stradale”, evidenziano Emma Marrazzo e Cinzia Della Porta, ricordando come la ragazza, appena 22enne, sia morta perché perché inghiottita da un orditoio a cui era stata intenzionalmente tolta una protezione. “Il processo in corso sta delineando la classica conclusione, condanna irrisoria grazie al patteggiamento, nessuna effettività della pena. Come Luana tante e tanti altri non vedono nella giustizia la determinazione ad agire per reprimere comportamenti dettati dalla sete di guadagni e dal disprezzo per la salute e la vita dei lavoratori. Il padrone di quella fabbrica, la ditta che gestiva il cantiere di Firenze - si chiedono - avrebbero operato nello stesso modo di fronte alla previsione di pene adeguate alla gravità dei fatti?”.

Di Marco (Anf):  “Sufficiente la previsione di una aggravante specifica”

Ma sul nuovo reato ci sono altre posizioni scettiche, seppur con toni meno netti rispetto a quelli del ministro. Giampaolo Di Marco, segretario generale dell'Associazione nazionale forense, sentito dall’Agenzia Dire, insiste sulla prevenzione: “Una nuova fattispecie di reato non nasce dalla cronaca e non deve servire a placare il popolo che grida ‘giustizia’, ma nasce dalla consapevole necessità di una particolare esigenza punitiva dello Stato valutati molteplici fattori nei quali non rientra il battage mediatico su un accadimento, quand’anche sia di particolare importanza”.

“Il tema delle morti sul lavoro - ragiona - è di tristissima e quotidiana attualità, sulla quale è necessaria un'approfondita riflessione sulla normativa di riferimento e sul metodo con la quale viene applicata e viene fatta rispettare ogni giorno nei luoghi di lavoro”. L’importanza “del rispetto delle persone, attraverso l'utilizzo dei presidi di sicurezza, non credo transiti attraverso la repressione, ma attraverso la prevenzione, ovvero cultura del lavoro sicuro e conoscenza delle regole che lo governano”. Del resto, fa notare infine Di Marco, “sarebbe sufficiente anche la previsione di una aggravante specifica”.

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