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Cronaca

Natalità, Fantappiè (Uil Toscana): “Servono politiche attive e passive del lavoro, della famiglia e ripensare il sistema d'istruzione, anticipando l’ingresso nel mondo del lavoro”

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di FirenzeToday

Che il nostro Paese, insieme agli altri più industrializzati a livello globale, sia nel pieno di un inverno demografico non è un mistero. I livelli di natalità in Italia - e in Toscana - sono sempre più bassi. La nostra regione, secondo i dati Istat più recenti, con 1,2 figli per donna mediamente si assesta sotto la media nazionale (1,25), con le sole province di Siena (1,26) e Arezzo (1,25) che si aggirano intorno a quella soglia. Come UIL Toscana crediamo sia fondamentale investire molto di più sulle politiche di sostegno a favore delle famiglie, a partire da temi come l’abitazione e gli asili nido, oltre all’equiparazione dei congedi di maternità e paternità. In secondo luogo c’è la necessità di porre le condizioni per lo sviluppo della natalità, attraverso il sostegno - tramite politiche attive e passive del lavoro - all’indipendenza economica e abitativa delle giovani generazioni. In questo senso è opportuno andare a rinnovare i CCNL, orientandoli sempre più verso una migliore conciliazione vita-lavoro (aumentando i ROL) ed a un lavoro pagato equamente, stabile e di qualità. Infine occorre anticipare l’ingresso stabile nel mondo del lavoro delle nuove generazioni, ripensando il modello d’istruzione sia secondario che universitario, avvicinandolo sempre di più alle esigenze delle aziende e facendo terminare prima gli studi ai ragazzi. A questo chiaramente dovrà aggiungersi un processo di rinnovamento delle aziende, con investimenti sui mezzi di produzione e sullo sviluppo tecnologico - anche per quel che riguarda il know-how - per aumentare la produttività delle nostre imprese. Inoltre, occorre rendere più attrattive - per stimolare l’occupazione interna - sia in termini economici che di qualità del lavoro, determinate posizioni lavorative di bassa appetibilità per la popolazione locale. Per farlo occorre in primis un cambiamento culturale, che deve essere legato alla modernizzazione di queste attività, anche attraverso l’introduzione di nuove qualifiche, rendendole coerenti col progresso del tempo in cui viviamo.

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