Morte di Martina Rossi, gli imputati si difendono: "nessuna violenza, è caduta dopo aver assunto droga"

In Corte d'Appello. Sentenza o riapertura dell'istruttoria l'11 marzo

«Avevamo fumato una canna, (…) Martina non ci stava con la testa, (…) non sapeva dove si trovasse né cosa stesse facendo”. Lo ha detto in aula Alessandro Albertoni, 27 anni, imputato davanti alla Corte di Appello di Firenze insieme al coetaneo Luca Vanneschi per la morte di Martina Rossi, la ragazza genovese di 20 anni precipitata dal terrazzo di una camera di albergo in Spagna, a Palma di Maiorca, il 3 agosto 2011.

I due giovani, accusati di tentata violenza sessuale e difesi dagli avvocati Tiberio Baroni e Stefano Buricchi, hanno ribadito davanti ai giudici la loro innocenza. Martina, hanno detto, non sarebbe caduta dal terrazzo nel tentativo di sfuggire a una violenza sessuale, come sosiene l'accusa, il procuratore generale Luciana Singlitico che ha chiesto per loro una condanna a 3 anni di reclusione. Piuttosto, si sarebbe buttata poiché in stato confusionale dovuto all'assunzione di droga.

Albertoni, aretino di Castiglion Fibocchi come Vanneschi, ha anche precisato come in quei momenti fosse andato a chiamare le amiche di Martina che alloggiavano nello stesso albergo, perché preoccupato per le condizioni di salute della ragazza. "Il rimorso - ha detto alla corte fiorentina - è che se fossi rimasto lì non le sarebbe successo niente”.

In primo grado, gli imputati erano stati condannati dal tribunale di Arezzo a 6 anni ciscuno per tentata violenza sessuale e per aver causato la morte di Martina in conseguenza di altro delitto (la tentata violenza sessuale): quest'ultimo reato si è poi estinto per intervenuta prescrizione.

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Il processo prosegue l'11 marzo: in quella data la corte stabilirà se riaprire l'istruttoria e risentire i testimoni 'spagnoli' – come hanno chiesto i legali difensori degli imputati – o meno. In quest'ultimo caso, si andrà a sentenza.

La morte di Martina e la corsa contro il tempo per evitare la prescrizione

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