Cronaca

Tirreno: un mare di plastica

Greenpeace, ricerca con Cnr-Ias e Università di Pavia: rilevata presenza diffusa di microplastiche e microfibre nel Tirreno centro-settentrionale. L'associazione: "Classificare plastica come materiale pericoloso"

Nelle acque del Mar Tirreno centro-settentrionale e nelle specie marine che lo popolano è stata trovata una diffusa presenza di microplastiche e microfibre, con picchi di contaminazione nelle acque superficiali del Canale di Corsica. In alcune aree, tecniche innovative hanno permesso di stimare la concentrazione di questi inquinanti emergenti all’aumentare della profondità, che a dieci metri di profondità è fino a cento volte più elevata rispetto alla superfice. È quanto emerge dalle indagini effettuate nel corso dell’estate 2020, i cui esiti vengono diffusi oggi, alla vigilia della Giornata mondiale degli oceani.

Il lockdown non ha salvato il nostro mare

Nonostante il lockdown dovuto alla pandemia di Covid-19, i risultati mostrano che nel tratto di mare investigato la presenza di microplastiche e microfibre non è diminuita rispetto agli anni precedenti. Al contrario si registra un aumento della contaminazione nelle acque, in particolare nel Canale di Corsica fino a Capraia, con concentrazioni superiori al milione e mezzo di particelle per chilometro quadrato, paragonabili a quelle presenti nei grandi vortici oceanici. Un dato concorde con quanto già evidenziato da altre ricerche scientifiche condotte nell’area dove, a causa di una circolazione anticiclonica nota come Capraia Gyre, può crearsi una zona di accumulo transitoria di microplastiche.

“I risultati indicano che le microplastiche e, soprattutto, le microfibre si accumulano anche in zone teoricamente lontane da sorgenti di inquinamento”, dichiara Francesca Garaventa, referente per CNR-IAS della ricerca.

“Le indagini preliminari a differenti profondità nella colonna d’acqua confermano che la presenza di microplastiche e microfibre è molto più elevata a 10 metri rispetto alla superficie - aggiunge Garaventa. Inoltre, la grande abbondanza di fibre trovata, sia di materiale naturale che sintetico, conferma la necessità di ulteriori ricerche per comprendere appieno il comportamento delle microplastiche in mare, e proveremo a farlo già nella spedizione di quest’anno”.

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Le indagini effettuate sugli organismi marini mostrano che la contaminazione da microplastiche e microfibre è in diminuzione rispetto agli anni precedenti. Non mancano tuttavia alcune criticità, come nei pesci della zona di Camogli (sgombri e sugarelli) che, nel corso dell’indagine, hanno evidenziato le frequenze di ingestione più elevate. Non si registrano invece livelli elevati di microplastiche nelle specie marine selvatiche e di allevamento (mitili e spigole) prelevate nel Golfo di Follonica, l’area marina interessata dallo sversamento di balle di rifiuti in plastica avvenuto nel 2015 ad opera della motonave IVY e ancora oggi non del tutto recuperate.

“I dati raccolti confermano una volta di più che il nostro mare è malato a causa dell'inquinamento da plastica. Una situazione destinata ad aggravarsi, visto che stime recenti indicano come la produzione di plastica triplicherà nei prossimi decenni. È inaccettabile che ancora oggi, nonostante sempre più evidenze, aziende e governi non affrontino concretamente il problema. Dopo il recente disastro del cargo affondato in Sri Lanka che ha sversato in mare diverse tonnellate di polietilene, chiediamo che la plastica sia classificata materiale pericoloso e quindi sottoposta alla relativa normativa internazionale”, dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace.

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Intanto Greenpeace si prepara a issare le vele: tra due settimane la spedizione di ricerca “Difendiamo il Mare” promossa dall’associazione ambientalista attraverserà l’Adriatico. A bordo della barca a vela Bamboo della Fondazione Exodus, ci saranno anche i ricercatori dell'Istituto per lo studio degli impatti antropici e sostenibilità in ambiente marino del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-IAS) di Genova, dell’Università Politecnica delle Marche e del DISTAV dell’Università di Genova. L’obiettivo è monitorare la contaminazione da plastica e microplastica e gli impatti del cambiamento climatico nel tratto di mare tra Ancona e Brindisi.

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