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Cronaca

Forteto, parla per la prima volta il giudice del processo: "C'era un clima pesantissimo"

Marco Bouchard in Commissione Forteto tira in ballo le omissioni di politica e magistratura

"C'era una legge regionale toscana del 1980 che stabiliva tutta una serie di caratteristiche per aprire una comunità. Il problema è che qualunque fosse l'accezione che si volesse dare all'esperienza del Forteto nell'accoglienza del minore, mancavano totalmente i requisiti. Nessun tipo di autorizzazione, di procedura, di verifica, è mai stata fatta sulle caratteristiche di quella struttura". 

Marco Bouchard è il giudice che dopo decenni di impunità ha presieduto il collegio che ha condannato Fiesoli e i suoi per gli abusi e maltrattamenti su minori perpetrati al Forteto, la comunità-cooperativa del Mugello. Ha parlato oggi per la prima volta dopo la conclusione del procedimento che ha visto la condanna definitiva del capo della comunità e di altre persone.

Lo ha fatto davanti alla Commissione parlamentare che indaga sulle responsabilità del caso Forteto. "Se le pratiche non fossero state conosciute quella cooperativa non sarebbe durata neppure un giorno",  ha sottolineato Bouchard, precisando però che "non c'era interesse ad approfondire cosa accadeva perché i minori avevano condizioni fisiche e psichiche che davvero difficilmente avrebbero potuto avere una collocazione diversa". E poi "il Forteto non chiedeva rette e per le istituzioni era davvero conveniente questa soluzione".

La storia di Bouchard come presidente del collegio giudicante fu segnata dalla richiesta di ricusazione avanzata dai legali di Fiesoli, che in un primo momento fu accolta, ma poi respinta. Su quella vicenda, Bouchard è tornato a parlare ricordando il "clima pesantissimo" che ci fu durante il processo e di aver provato "profondo dispiacere per non veder riconosciuta una disponibilità da parte mia che è sempre stata enorme". Ma ha anche negato "qualsiasi tipo di pressione nei miei confronti" e anzi ha tenuto a ribadire di aver anche "avuto un sostegno costante da parte dell'opinione pubblica". In ogni caso la messa sotto accusa della struttura e del suo capo "dava fastidio", ha aggiunto.

Dunque le istituzioni sono state ingannate? "Sì, in parte. Ma non hanno sicuramente adempiuto ai loro obblighi istituzionali", ha detto il giudice oggi in pensione. Un chiaro "j'accuse" nei confronti del sistema che ha causato il blackout che ha provocato danni a decine e decine di vittime, minori e non solo.

"Al Forteto si realizzavano degli affidamenti con tecnica demenziale, - ha proseguito Bouchard - affidamenti a persone che non avevano un legame affettivo", sottolineando che negli anni erano stati firmati anche affidamenti effettuati alla stessa cooperativa agricola. "Erano Fiesoli e Goffredi che decidevano a chi venivano affidati i bambini", ha detto.

Prima di Firenze, Bouchard aveva lavorato anche al tribunale dei minori ed era stato per molti anni a Torino. E in riferimento a tutti i segnali, ignorati negli anni, sulla situazione al Forteto, un giudizio inequivocabile: "Se la sentenza Cedu (la Corte europea dei diritti dell'uomo che nel 2000 condannò l'Italia per la vicenda di due fratelli affidati al Forteto ndr) fosse calata su un tribunale come quello di Torino sarebbe stata devastante: avremmo fatto un lavoro di autocoscienza devastante. Mi sembrava che questo naturalmente dovesse avvenire. Questo non è successo".

Ed ha ribadito: "Bisogna chiederlo a chi presiedeva quel Tribunale" e "a chi era a capo della procura minorile". "Se io fossi stato giudice minorile di quel tribunale nel 2000 2001, mi sarebbe crollato il mondo. Leggendo quella sentenza della corte europea avrei capito che avevo sbagliato".

Così "persone che avevano passato la vita lì dentro che si sono ritrovate con nulla in mano", erano stati in una "setta che ha incatenato le loro vite" e gli "è venuta a mancare la terra sotto ai piedi", ha concluso.

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