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Lunedì, 24 Gennaio 2022
Cronaca Tavarnelle Val di Pesa

La famiglia Cozzi, 700 euro al mese ed una vita tutta in salita

La famiglia tira avanti con 700 euro al mese, l'invalidità del marito cardiopatico. La notte l'uomo deve star attaccato ad un macchinario ma potrebbe trovarsi senza corrente

“Non chiediamo un sussidio fisso e non pretendiamo posizioni di privilegio, chiediamo quello che pensiamo ci spetti, nulla di più”. Gianni Cozzi e la moglie Maria Cristina, entrambi 44enni, non stanno passando un bel periodo. Hanno una figlia, una casa da pagare, la spesa, le bollette. Una famiglia come tante si potrebbe dire, se si guardasse da molto lontano. Allora ci avviciniamo e scopriamo che in casa si tira avanti con solo 700 euro al mese. Tutto non ci sta, per il resto c’è la pensioncina della nonna, una lucidissima ottantenne, mamma di Maria Cristina. Un tetto, quattro persone, ed una vita a singhiozzo; si vive a corrente alternata, prospettive brevi, progettualità soffocata ed un futuro oscurato da un eterno presente. 

LA STORIA – Questa è una storia da raccontare, e come tutte le storie ha un inizio preciso; il “c’era una volta” lasciatelo alle favole, qui si tratta di un vero e proprio punto di rottura. Sambuca, una frazione di Tavernelle Val di Pesa, estate 2006. Gianni Cozzi è un autista della Sita. Un giorno il cuore fa le bizze, si sente male. Ecco lo spartiacque, ecco come inaspettatamente tutto improvvisamente cambia nella vite degli uomini. Per Gianni si chiama cardiopatia ipocinetico dilatativa. Paura, sgomento, poi anche quello finisce, almeno all’apparenza; diciamo che il tempo rende abitudinaria anche la malattia. Ma la strada allora si era appena impennata, questo come detto è solo l’inizio. Non può più guidare, la Sita gli trova un posto a terra. Passa qualche tempo, il problema cardiaco si aggrava, è il 2008. Il cuore non gli permette più di lavorare, per lui si prospetta una vita di riposo, medicine, niente stress e controlli fissi. Dopo un po’ si smette di contare anche i tagliandi. I medici lo dichiarano inabilitato a qualsiasi tipo di lavoro; il 30 gennaio 2009 l’Inps lo dichiara invalido totale permanente, legge 68 con annessa la legge 104. “Per qualche anno ho resistito – racconta Gianni – poi non ce l’ho fatta più”.

Eccoci all’osso, alla porta cominciano a bussare i primi problemi. Prima piano, piccoli toc-toc; poi sempre più forte, più forte, veri e propri pugni al portone; finché la porta di casa si spalanca con forza, come un fiume subito dopo aver rotto gli argini. “Non è che prima navigassimo nell’oro – racconta Maria Cristina – facevamo una vita normalissima. Lo stipendio di mio marito ci faceva star tranquilli, nulla di che, ma ci permetteva di fare una vita dignitosa; dopo la malattia sono cominciati tutti i problemi”. Sì perché Gianni entra in malattia nel 2008. La malattia dura trenta mesi: i primi dodici a stipendio pieno, i sei successivi a compenso dimezzato ed i restanti dodici a bocca asciutta. Si arriva all’inevitabile licenziamento. Così nell’ottobre 2009 Gianni e la sua famiglia rimangono con un’unica entrata: la pensione di invalidità, poco meno di 700 euro al mese. C’è il mutuo, il vitto, le necessità primarie, le bollette; la nonna per fortuna da una mano, per quello che può. Maria Cristina non può andare a lavorare. La sua giornata è concentrata nello stare dietro agli altri componenti della famiglia: il cuore del marito, i quasi ottanta anni di sua madre, una figlia tredicenne. Per non parlare che anche Maria Grazia ha un’invalidità che supera il 40% cento: è asmatica e diabetica. Lo racconta senza drammi, poi il respiro diventa più affannoso, arriva la tosse, il marito le passa l’inalatore, due respironi e si calma. “Dovrei farmi rivedere anche io, ma per adesso c’è mio marito e mia figlia, poi ci sarà tempo anche per me”.   

LUCE E BOLLETTE - La vita scorre in casa Cozzi, saltella e vibra ma alla fine riprende a scorrere. Sacrifici, la cinta che si stringe di un paio di buchi, la pensione della nonna. Avanti così. Ma perché avanti così, esiste ancora lo stato sociale, ci sono delle agevolazioni. I coniugi Cozzi lo scoprono tardi ma lo scoprono, c’è sempre la carta dell’ISEE. Così, conti alla mano, l’indicatore della situazione economica equivalente dei Cozzi si attesta su una cifra attorno ai 3.900 euro. Si apre qualche porta, sotto i 6 mila euro lo Stato garantisce alcuni servizi. La vita, se pur di poco, si alleggerisce. Ma la famiglia Cozzi fa un passettino in più. Viene a sapere che sotto certi numeri, l’ISEE garantisce tariffe agevolate anche per le bollette: acqua, luce, gas. Così presenta domanda in Comune, il comune la recepisce e la gira all’Enel ed a Publiacqua. Comincia un altro piccolo Calvario. Facciamo un passo indietro. Ad aprile 2011 arriva la bolletta del trimestre gennaio – marzo 2011: 233 euro e qualche spicciolo. Una batosta per l’economia familiare e non di poco. Gianni chiama l’Enel, non può pagarla tutta insieme e chiede la dilazione. La domanda viene inoltrata negli uffici, Gianni aspetta prima di pagare. Passano i giorni, Gianni non paga, o la rateizzazione o la spesa. Niente, non ottiene risposta. Non paga, aspetta. Nel frattempo si informa, corre al riparo, e come detto sfrutta le possibilità conferite alla dichiarazione ISEE. L’iter in questo caso va spedito, ma il risultato non cambia. Arrivano bollette, le cifre rimangono alte, il dilazionamento degli importi sempre appeso. “Da quando abbiamo presentato domanda al Comune per la riduzione delle tariffe – confessa Maria Cristina – ci sono arrivate cifre astronomiche. Ancora non ne conosciamo il motivo; gli operatori dell’Enel non sanno dirci di cosa si tratta con esattezza. C’è chi parla di conguagli, chi di arretrati, non ci stiamo capendo niente”. In pratica la prima bolletta del trimestre 2011 non è stata pagata, a questa si è aggiunta la bolletta del trimestre successivo, ed ora l’Enel ha portato il conto: 349,50. I due coniugi continuano a non capacitarsi: “ci è stato accettata l’agevolazione, ce l'hanno confermato con un sms, – confessa il marito – ho chiesto un pagamento razionalizzato e di questo non so nulla, in più ho diritto all’abbattimento dell’ottanta percento dei costi sui consumi per via che sono obbligato ad usare di notte un macchinario salvavita che mi facilita la respirazione”. Ora lo scenario è questo: l’Enel nell’ultimo avviso di mancato pagamento ha minacciato di staccare la luce. La cosa è di per sè problematica, ma qui c’è un aggravante in più. Gianni Cozzi vive di notte attaccato ad un macchinario sanitario, il CPAP (erogatori a pressione positiva) per tenere sotto controllo l’OSAS, la sindrome delle apnee notturne dovuta alla cardiopatia. Quindi l’elettricità in quella casa serve come il pane. “Devono capire – aggiunge la nonna – che per lui la luce è come una medicina”.  

INPS E PENSIONE – C’è un altro fronte cu sui la famiglia Cozzi sta dando battaglia. La pensione di Gianni. L’Inps gli ha riconosciuto il contributo di invalidità. Gianni ha chiesto di poter beneficiare della legge 222. “Mi hanno riconosciuto l’invalidità totale – dice amaro Gianni – ma non vogliono concedermi il beneficio della 222”. Chiesta quattro volte, tutte le volte la domanda è stata bocciata. “Ho 21 anni di contributi, i restanti 19 non li porterò mai a termine, per me la vita lavorativa è finita. Lo Stato questo la sa, come faccio ad arrivare ai 40 anni di contributi. Da una parte la legge decreta che non posso lavorare, dall’altra non mi riconosce un diritto che in queste condizioni non posso aspirare a raggiungere. Non so che fare, riproverò per la quinta volta”. E così si ritorna all’inizio della storia, diritti e non sussidi. Cosa rimane, pochi spiccioli. 

 
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