Domenica delle palme durante il coronavirus: l'omelia dell'arcivescovo Betori 

Le parole del cardinale

Appena cinque giorni separano l’accoglienza trionfale di Gesù a Gerusalemme dalla sua morte in Croce, quanto abbiamo ascoltato da Matteo all’inizio di questa celebrazione dal racconto che il medesimo evangelista ci ha fatto della Passione del Signore. Pochi giorni in cui passiamo dall’«Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Mt 21,9), al: «Sia crocifisso! […] Sia crocifisso!» (Mt 27,22.23).

La folla, che aveva colto il mistero nascosto nel «profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea» (Mt 27,11), si lascia manipolare da autorità religiose, gelose del proprio potere e quindi chiuse alla novità di Dio nella storia, e giunge a negare quanto prima aveva proclamato con gioia. Un monito che resta per sempre: sulla storia umana, sull’esperienza religiosa, sui poteri e il controllo dell’opinione pubblica. Riflessioni opportune sulla vita sociale e sulle sue distorsioni, ahimè ricorrenti e da cui scaturiscono i drammi quotidiani e le grandi tragedie della storia.

Più profondamente, però, dobbiamo lasciarci interrogare su come l’identità di Gesù non venga ferita dal capovolgimento del sentire degli uomini verso di lui, ma, al contrario, proprio in esso emerga nella sua piena verità. Il Messia acclamato, proprio nella Passione che rivela il suo vero volto, quello di un Servo umile. Schiacciato dai potenti, nel momento della sua suprema umiliazione rivela l’immenso amore con cui dà compimento alla volontà del Padre, che lo ha inviato per essere strumento di salvezza per il mondo.

Il potere di Dio è quello dell’amore e la sua signoria sul mondo si realizza nella condivisione e nel servizio. Lo comprendono i soldati, ai piedi della croce, che nella morte di Gesù, cioè nella sua apparente sconfitta, accompagnata dai segni che sconvolgono il mondo – oh, quanto dovremmo cogliere questi segni, di cui Dio non ci fa mancare la presenza, anche in questi nostri giorni! –, riconoscono in quell’umanità umiliata la pienezza della divinità: «Davvero costui era Figlio di Dio!» (Mt 27,54). 

Un percorso simile è chiesto a noi in questi giorni. La nostra fede non può essere proclamata e celebrata nella partecipazione ai riti liturgici. Ma proprio la rinuncia che ci è chiesta – vivere cioè giorni di povertà del volto ecclesiale, la sofferenza di non poter fare assemblea – ci deve far sentire più vicini al Signore umiliato, sofferente, solo. È altresì un invito a riconoscere il volto di Gesù in tutti i sofferenti di questi giorni amari, come pure in tutti coloro che si fanno carico del loro dolore e se ne prendono cura. Il volto di Gesù è oggi il volto stravolto dei nostri malati in cerca di respiro e il volto segnato dalla fatica di medici, infermieri, personale ausiliario, volontari.

La nostra Pasqua sia vissuta come partecipazione al dolore del mondo, come contributo, nelle rinunce che ci sono chieste, al farsi carico dei fratelli e delle sorelle che soffrono, come legame del cuore tra i figli di Dio che insieme contemplano il volto del Crocifisso e dei crocifissi di oggi, tra noi e nel mondo, nella pandemia e nelle immense sofferenze di guerre, fame, sfruttamento dei poveri, violazioni della dignità umana.

Così ci ha fatto pregare la liturgia: «Dio onnipotente ed eterno. Che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione». Amen.

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