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Crisi nel carcere di Sollicciano: ogni agente deve controllare 105 detenuti

Carceri toscane piegate sulle ginocchia, il dramma del sovraffollamento, le condizioni sanitarie a rischio, le strutture decadenti, ed il personale esasperato da turni massacranti, e non retribuiti

sollicciano_6Si può immaginare di vivere in tre, quattro persone, perfino cinque, in una stanzetta di circa diciotto metri quadri complessivi, compreso bagno, letti, un tavolino e qualche sedia? Impossibile o quasi; una sensazione a metà via tra il claustrofobico e l’immobilità permanente fa sì che il pensiero si allontani. Eppure succede quotidianamente in molte delle carceri italiane, anche se per legge dovrebbero essere garantiti almeno sette metri quadri vivibili a detenuto. La Toscana non fa eccezione, se ne parla poco, pochissimo, e presto l’intera struttura potrebbe trasformarsi in una polveriera. A lanciare questo grido di allarme è stata la Uil penitenziari Toscana che ieri ha riunito il proprio direttivo regionale all’interno del Carcere di Sollicciano. “La Toscana – ha affermato il segretario generale della Uil PA Penitenziari Eugenio Sarno – rappresenta una delle realtà territoriali più complesse e complicate dell’intero sistema penitenziario italiano, dove si sintetizzano tutte le criticità nazionali”.

I numeri diffusi dal sindacato sono emblematici e misurano chiaramente la portata del problema. Il carcere di Sollicciano, per regolamento, può ospitare quattrocentonovantasette detenuti. Il sette giugno, alle cinque di pomeriggio, ne conteneva novecentosettantuno, qualcosa come il novantacinque per cento in più della capienza prevista. Gli esempi su questa linea si sprecano: a Pisa il sovraffollamento si attesta in pratica al settanta per cento, a san Gimignano al settantacinque per cento. Stesse situazioni a Prato, Lucca, Pistoia, Massa, Livorno e così via. “Tra le vari problematiche – continua il segretario Sarno – è bene ricordare la decadenza ed il degrado delle strutture carcerarie, che amplificano gli effetti del sovraffollamento, rendendo incivile la detenzione ed affermando condizioni di lavoro assolutamente insostenibili per tutto il personale”.

POLIZIA - Gravi difficoltà in cui versano, quindi, non solo i detenuti, ma anche il personale di polizia penitenziaria. A Sollicciano, per esempio, i turni di vigilanza sono pressoché raddoppiati. E’ facile capire il perché: duplicano i detenuti, il personale non è integrato, aumentano a dismisura i turni di lavoro e gli straordinari; “dieci, a volte dodici ore al giorno, mediamente cinquanta ore di straordinario al mese, e stiamo sempre parlando di un lavoro davvero provante - afferma il segretario regionale Uil PA Penitenziari, Mauro Lai - ancora più difficile se poi non vengono retribuiti straordinari e missioni, come sta succedendo nelle carceri toscane dall’agosto 2010”.
Il caso del penitenziario di Firenze, in questo senso, è la cartina di tornasole della regione. Sovraffollamento e carenza di personale si fondono insieme in una miscela drammatica. A quanto riferito dai vertici della Uil, nei penitenziari, a seconda delle sezioni, un agente dovrebbe vigilare su venticinque, massimo trentacinque detenuti (anche se una norma vera e propria non c’è). Mentre nel penitenziario fiorentino ogni agente è costretto a controllarne dai settantacinque a i centocinque per turno, e spesso i turni raddoppiano.

Le condizioni dei detenuti sono di difficoltà estrema – sottolinea Mauro Lai – sia dal punto di vista sanitario che umano. In questa situazione diventa molto complicato operare anche per il reinserimento nella vita sociale, che dovrebbe essere una delle priorità dei centri di detenzione. Di riflesso le criticità ricadono sul personale, che deve subire dei carichi di lavoro non più sostenibili; per far capire, un agente o un assistente mediamente controlla duecento detenuti”. Il problema principale sta nelle risorse, ad oggi veramente all’osso. “I tagli orizzontali al sistema carcerario di questo Governo – continua Lai – hanno dimezzato le risorse, clamorosamente impoverito le amministrazioni, rendendole impotenti, non solo sul piano della progettualità futura, ma perfino sulle piccolissime ma necessarie opere di ristrutturazione. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di esseri umani”.

Appunto, proprio per questo il carcere dovrebbe garantire anche quell’assistenza psicologica necessaria ai detenuti sia per il reintegro nella società, sia come arma di supporto per affrontare la presenza costante della gabbia. Il suicidio nelle celle italiane è di casa. Tuttavia i tagli hanno colpito anche questo settore: il monte ore degli psicologi di Sollicciano è stato ridotto e portato a circa trenta ore mensili. Facendo un rapido calcolo, mediamente ogni detenuto ha poco più di cinque minuti al mese per parlare con il proprio psicologo. “E’ un dato tremendo – afferma il segretario Sarno – tanto più se pensiamo che lo psicologo è parte integrante dell’equipe di osservazione, che le relazioni psicologiche sono parte primaria per le scelte sulla libertà vigilata, e che ad essi è affidata la redazione del profilo di ingresso che orienterà il personale del carcere sulle problematicità e sulla presenza di eventuali istinti autolesionisti del detenuto”.

COSTI - Insomma la cosa è estremamente difficile, tanto più se analizziamo ulteriori dati: nel 2009 la spesa per il vitto di un detenuto, colazione, pranzo e cena, era di quattro euro e venti centesimi. Oggi, con i tagli, è stata ridotta a poco più di tre euro. La situazione sta precipitando, tanto da far lanciare un vero appello umanitario al sindacato: “questo è il Governo dei grandi annunci – sottolinea amaro Sarno – che per due anni di seguito ha dichiarato lo stato di emergenza del sistema carcerario e, incoerentemente con gli slogan, ha sottratto il sessanta per cento delle risorse da destinarvi. Sia ben chiaro, noi stiamo parlando di cose serie. A settembre le risorse per il vitto finiranno. Sono già finiti i soldi per gli straordinari e le missioni, sono già stati prosciugati i denari per la benzina delle vetture della penitenziaria, e se entro settembre lo Stato non interverrà, finiranno anche le risorse per il cibo. Ed è chiaro che, a fronte di questa prospettiva, noi saremo costretti a fronteggiare non le proteste ma qualcosa di più”.  
 

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