Coronavirus, tra i baristi nel primo giorno di 'area arancione': sembra già lockdown

Consentito solo l'asporto: “Che senso ha ordinare cappuccino e brioche se non si possono consumare in loco?"

Non siamo, almeno per ora, in lockdown. Ma per tante attività economiche la situazione è quasi la stessa. Da ieri, primo giorno di 'area arancione' per la Toscana, bar e ristoranti sono chiusi sempre, ad eccezione dell'asporto, che resta consentito. E' un ulteriore duro colpo per tanti.

“Ho anche la licenza come 'tabacchi' e per questa attività non ho chiuso nemmeno a marzo. Possiamo dirci privilegiati”, commenta Enrico Della Bella, titolare del bar tabaccheria 'I' Bomba' di via Aretina.

“Con la chiusura alle 18 ancora si lavorava, soprattutto ai tavolini fuori. Adesso stiamo aperti in perdita”, prosegue il titolare, che con la moglie gestisce il bar dal 2000.

“Forse ho servito un quarto delle colazioni. Prendere il cappuccino e la brioche al bar ha senso se ti puoi fermare, altrimenti il caffè te lo fai a casa. Qualcuno che mi ordina un primo da portare via a pranzo resta, ma poca roba”, conclude l'uomo, che d'affitto per il locale paga 1.600 euro al mese e ha già messo in cassa integrazione due dipendenti.

Discorsi simili tra gli altri baristi. “Avrò venduto un decimo rispetto agli altri giorni”, dicono dal bar pasticceria Renato Goretti, sempre in via Aretina.

Una sorta di banchino alla porta d'ingresso fa da banco dove appoggiare la merce da portare via. Qualche caffè ai muratori di passaggio e poco altro: “Ho 80 anni, lavoro in questo bar da cinquanta. Vedremo, non voglio far polemica o avere visibilità. Son fatto così e si va avanti”.

E piange il cuore a vedere tutta quella merce, di produzione propria, ancora in vetrina, dove probabilmente resterà in gran parte invenduta fino a sera.

Tornando verso il centro, al Caffè l'Etrusco di via Gioberti qualche persona aspetta il pranzo da asporto. “Che situazione”, si sente commentare.

Tanti ambulanti hanno già chiuso: "Zero euro al giorno"

“C'è chi ancora non sapeva delle nuove restrizioni e si voleva fermare a consumare. Ho dovuto spiegare che non si può. Un po' di lavoro c'è stato, temevo peggio ma è presto per valutare. Nei prossimi giorni capiremo meglio”, dice Guido Zhu, 30 anni, titolare dell'attività assieme alla compagna.

“All'unico dipendente a tempo determinato che avevo non ho potuto rinnovare il contratto”, prosegue Zhu, che a breve dovrebbe ricevere il secondo aiuto a fondo perduto (quelli previsti dal 'decreto Ristori') stanziato dal governo. “A maggio ho ricevuto 2mila euro, ora ne aspetto 3mila”, spiega.

Ristoro appena ricevuto da alcuni colleghi di un altro bar del quartiere, il Caffè Cimabue dell'omonima via. “E' arrivato stamattina, 3mila euro. In estate ne avevamo avuti anche noi 2mila, oltre ai 1.200 a testa derivanti dai 'seicento euro' mensili per ognuno dei due mesi di chiusura. Alla riapertura c'è da dire che abbiam pagato mille euro di Inps”, spiegano i soci che lo gestiscono, Marco Botti e Alessandro Ceppi.

La volontà di restare aperti c'è, ma anche qui i clienti si contano sulle dita di una mano. “In centro pesa l'assenza di turismo, noi siamo penalizzati dallo 'smart working'. Tutti lavorano da casa e pochi vengono a ordinare colazione o pranzo da portar via. E' una zona di uffici di ragionieri, di architetti, di banche. Ma in giro non c'è più nessuno”.

“Restiamo aperti, anche se il sentore di chiusura totale come a marzo lo annusiamo”, proseguono i titolari.

“Come dico a mia figlia 21enne, che pure mi pare rispettosa delle norme, credo che tutti debbano rispettare le regole con più senso di responsabilità di quanto si veda ora. Altrimenti - conclude Botti -, uscirne sarà ancora più dura”. Non ci aspettano mesi facili.

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