Lockdown, smart working e recovery fund: il Coronavirus ha contagiato anche la lingua

L’italiano sconfitto dagli anglismi. Il presidente dell'Accademia della Crusca: "Ma su 'Coronavairus' ha ragione Di Maio"

The Academy of the Bran

Lockdown, smart working, droplet, recovery fund. Tra i danni (secondari, beninteso) del Coronavirus, c’è anche l’aggravamento di un’altra epidemia: quella degli “anglismi” nella nostra lingua quotidiana.

Ne parla in un’intervista al settimanale Toscana Oggi (in uscita il 7 giugno) il professor Claudio Marazzini, presidente uscente dell’Accademia della Crusca.

Marazini ribadisce che la bistrattata pronuncia “coronavairus” da parte del ministro degli Esteri Luigi Di Maio non era poi così sbagliata, perché adottata per una parola di origine anglosassone e non latina.

Che noi italiani siamo estremamente permeabili alla lingua del Regno Unito e degli Usa non è una novità, complice l’uso che se ne fa a livello internazionale, soprattutto in campi come l’informatica e l’economia o anche negli stessi documenti dell’Unione Europea.

Tuttavia, come sottolinea Marazzini nell’intervista al settimanale diretto da Domenico Mugnaini, altri Paesi neolatini si comportano diversamente, usando termini adeguati nelle loro lingue nazionali, come hanno fatto francesi e spagnoli usando rispettivamente confinement e confinamiento, al posto di lockdown.

Una scelta che avremmo potuto fare anche noi ma, come ha ammesso il presidente, "c’è stata un’iniziale incertezza sulla traduzione più corretta da parte del 'gruppo Incipit' dell’Accademia, che si occupa appunto di neologismi e forestierismi".

E ormai il termine inglese (anzi, di origine statunitense) aveva preso troppo campo per pensare di poterlo arginare, dato che, spiega Marazzini “se i forestierismi arrivano a radicarsi non sono più sostituibili”.

Non per questo, aggiunge il linguista, “si devono demonizzare tutte le parole inglesi perché alcune nascono in inglese, ci arrivano così e non sono facilmente sostituibili”.

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Resta comunque migliore, come si diceva, l’atteggiamento “di altri popoli latini: basta prendere la stampa francese o spagnola – conclude – per vedere che il tasso di anglismi è minore”.

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