Coronavirus, rivoluzione nei rapporti sociali: "Con la mascherina cambia tutto"

Intervista alla sociologa: "Ridefinire le relazioni con l'altro nei gesti, parole e azioni"

Il coronavirus è prima di tutto emergenza sanitaria. Ma l'impatto sulla salute si ripercuote anche su altri settori. L'economia, certo. Da non sottovalutare, però, è una vera rivoluzione nelle dinamiche sociali. I nostri comportamenti non saranno più gli stessi. E neanche il modo in cui si potrà condividere. Ci siamo chiesti cosa potrà accadere in concreto e ce lo siamo fatti spiegare da Angela Perulli, docente di sociologia all'Università di Firenze.

Si dice che questa pandemia modificherà radicalmente i nostri comportamenti: quali sono i maggiori cambiamenti che vede nelle dinamiche sociali?

Il principale cambiamento, che fa poi da sfondo a molti altri, è la necessità di ridefinire e rinegoziare i significati di azioni e gesti che fino a poche settimane fa si davano per scontati. Senza che ce ne rendiamo conto facciamo continuamente ricorso a un patrimonio di significati condivisi per poter comunicare con gli altri e per poter svolgere quotidianamente le attività che si susseguono nelle nostre giornate.

Ci faccia qualche esempio.

I modi di salutarsi, di dimostrarsi affetto o antipatia, di interagire sul lavoro, a scuola, con gli amici o i parenti si basano su una serie di cornici di senso di cui abbiamo bisogno per poter far sì che l'interazione e la comunicazione fluiscano con un certo ordine. Ecco tutto questo adesso è stato profondamente rimesso in discussione. Tutto ciò che tendevamo a dare per scontato, in termini di abitudini, di modi di fare e di interpretare gli altri non funziona più. Abbiamo perciò bisogno di costruire nuovi sensi e nuovi accordi sul significato di gesti per evitare fraintendimenti e un incremento dell'incomprensione e della conseguente conflittualità.

Che ruolo gioca l'obbligo di indossare la mascherina?

La mascherina è il simbolo di ciò. Non solo perché celando una parte del volto annulla la possibilità di ricorrere a espressioni che danno senso all'incontro con l'altro: un sorriso o una sua assenza, ad esempio, costituiscono un segnale opposto di apertura/chiusura rispetto all'altro. Ma anche perché l'indossare la mascherina non ha ancora raggiunto un significato condiviso. Lo si fa per difesa o per rispetto degli altri? E' una norma formale? Sociale? Come si considera chi non la indossa? E' un irresponsabile? Sempre? Non c'è una differenza rispetto alle situazioni? Che dinamiche di disapprovazione e di stigmatizzazione legate anche alla paura si stanno creando intorno ad essa? Tutti questi interrogativi ci pongono il problema di non minimizzare il senso di spaesamento che il non poter contare sui consueti strumenti di lettura della realtà provoca. E di favorire processi di nuove convergenze su significati e comportamenti condivisi.

Con questi cambiamenti, quali sono i principali pericoli che corriamo e le maggiori opportunità che si apriranno?

Il pericolo principale è quello di essere disponibili a accontentarsi di soluzioni immediate e poco riflettute negli effetti di medio periodo, di andare verso una lettura semplificata delle relazioni con gli altri. L'opportunità maggiore è quella di essere costretti a rivedere i modelli di vita aprendoci alla possibilità di intraprendere strade inattese e non progettate ma non per questo necessariamente peggiori di quelle seguite fino ad oggi, sia a livello individuale che collettivo.

Quanto e come le paure stanno modificando le nostre relazioni?

Le paure sicuramente si accompagnano a una sorta di sospetto verso l'altro. Però questa esperienza ci ha anche fatto sperimentare quanto abbiamo bisogno degli altri, per sopravvivere e per vivere. Le emozioni in campo sono molte e sono molti anche i tipi di paura: paura del contagio, della sofferenza, della morte ma anche paura di restare soli, di non poter incontrare i propri cari, di non passare tempo con gli amici. Paura della perduta socialità. Ci sono dunque paure che chiudono rispetto agli altri, ma anche paure che vanno nella direzione opposta.  

Come spiega i fenomeni di colpevolizzazione dei singoli (dai runner ai disabili, ai bambini, ecc.) che si sono verificati durante l'isolamento?

Si può dire lo stesso di quanto sottolineato sull'uso della mascherina. Non valgono più i significati condivisi delle azioni e allora si attinge a interpretazioni unilaterali, spesso incentrate su timori e perdita di controllo rispetto alla situazione. Il runner non è più colui che fa un'attività salutare ma diventa un pericolo individualista che mette a repentaglio la salute degli altri. Spesso senza neppure considerare se effettivamente quel comportamento stia davvero mettendo a rischio qualcuno. Si arriva a ingiuriare qualcuno semplicemente perché transita a piedi per strada per poi scoprire magari che si trattava di una persona che si stava recando al lavoro in un ospedale (la stessa persona interpretata prima come pericoloso irresponsabile e poi magari come "eroe"). Insomma, dobbiamo provare a recuperare un pò di buon senso ma per farlo abbiamo bisogno di rimetterci d'accordo sui significati dei gesti, delle parole e delle azioni.

In questo, quanto può aver influito il ruolo da "sceriffi" che hanno assunto alcuni amministratori?

Il ruolo di alcuni amministratori, come di alcuni operatori della sicurezza, non ha fatto altro che rafforzare questa semplificazione. Trattando spesso i cittadini come soggetti incapaci di autoregolarsi. La confusione e l'incredulità che ha caratterizzato le prime fasi di questo periodo hanno dato vita a effetti collettivi non voluti: la fuga da un territorio sentito come pericoloso e la voglia di raggiungere i propri familiari che si sono tradotti in pericolosi assembramenti e ingorghi umani. Non pianificati e non voluti e involontariamente irresponsabili, ma comunque rischiosi.

E come si può sanare adesso questa ferita?

Penso che sia adesso opportuno invece ricostruire la dimensione collettiva. Trovare soluzioni di equilibrio, sebbene precario e continuamente rivisto, fra le diverse spinte (la sicurezza sanitaria, la dimensione psico-sociale delle nostre vite, il ritorno alle attività lavorative, allo studio e allo svago), facendo tesoro della consapevolezza che "nessuno si salva da solo". E non solo fisicamente parlando.

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Quanto e come hanno influito le incertezze della politica, provocate anche dalle scarse conoscenze sul virus?

Sicuramente sarebbe bello poter avere certezze, sui tempi e sui modi di superamento della emergenza. Ma forse uno degli insegnamenti più potenti di tutto quello che stiamo vivendo è che per quanto si sia progredito nella conoscenza e nella ricerca, il controllo pieno e certo delle nostre vite e dell'ambiente in cui viviamo è una illusione. Anzi, è un inganno. Dobbiamo accettare che non sia possibile avere sempre tutto sotto controllo e dobbiamo accettare che la scienza e le risposte procedano per tentativi e con fatica. L'importante è che procedano seriamente e con attenzione. Spero che almeno si sia capito che risparmiare sulla ricerca e sulla prevenzione non paga. E soprattutto non ci protegge dalle situazioni inusuali che possono sempre verificarsi.

Come giudica il ruolo dell'informazione in Italia in questa fase e in che modo si traduce/tradurrà nei comportamenti nella società?

L'informazione ha un ruolo importante, molto importante. Purtroppo c'è buona informazione e cattiva informazione. Credo che sia necessaria più che mai una informazione che non faccia allarmismo ma che tratti i cittadini con rispetto e presenti le cose per quello che sono. Senza produrre attese spasmodiche sui numeri (che poi non si sanno neppure bene interpretare) e senza facilitare l'individuazione di facili capri espiatori. Fornendo gli elementi che consentano criticamente di partecipare ai tempi che stiamo vivendo.

Questa situazione produrrà una società migliore o peggiore?

Spero migliore, ma molto dipenderà da tutti noi e dalla nostra disponibilità a rivedere i modelli di vita che abbiamo seguito fino a pochi mesi fa.  

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