Chiesa: l'Arcivescovo Betori festeggia 10 anni a Firenze

Il prelato: "Sento che ci vogliamo bene. Non sono un orso, ma sono riservato"

"Ti fanno vescovo, ma non ti mandano a scuola prima, non ti insegnano...". Ha strappato un sorriso il cardinale Giuseppe Betori nel suo saluto finale durante la messa per la celebrazione dei suoi 10 anni da arcivescovo di Firenze, un saluto non rituale, caldo, in cui il cardinale si è aperto ai fedeli. In Duomo ieri mattina i fedeli hanno applaudito l'arcivescovo e cardinale della città.

"Sento che ci vogliamo bene. Non sono un orso, ma sono riservato. E la mia riservatezza, da umbro che fatica a diventare fiorentino — ma non ho faticato ad essere schietto! — non lo lascia trasparire, ma anche il vostro vescovo ha un cuore".

Giuseppe Betori è nato a Foligno, ed è arrivato nella diocesi fiorentina il 26 ottobre 2008. Per i suoi primi 10 anni ha voluto una cerimonia sobria, con al suo fianco il vicario generale monsignor Andrea Bellandi e soprattutto il cardinale albanese Ernest Simoni, legatissimo a Firenze e allo stesso Betori.

"Come feci dieci anni fa, all’ingresso in diocesi, rinnovo l’invito a metterci sotto la parola di Dio, perché essa illumini la nostra esperienza di fede e il nostro cammino pastorale": così ha iniziato Betori la sua omelia.

Parlando della Chiesa fiorentina ha affermato: "L’unico progetto pastorale in cui possiamo riconoscerci è il Vangelo; e nell’orizzonte tracciato dal Vangelo si pone la strada della comunione tra noi e il contributo da offrire all’edificazione della città degli uomini. È questa peraltro la grande lezione dei nostri testimoni, antichi, da Zanobi e Antonino fino a Maria Maddalena de’ Pazzi e Filippo Neri, e recenti, come i venerabili Elia Dalla Costa e Giorgio La Pira, i servi di Dio Giulio Facibeni ed Enrico Bartoletti, uomini esemplari nel servire il Vangelo come Lorenzo Milani e Divo Barsotti. Tutti costoro ci dicono di avere a cuore Gesù Cristo, e solo lui! Noi, che ne dovremmo essere un riflesso, il vostro vescovo in particolare, possiamo solo nutrire la speranza di non aver offuscato troppo con le nostre povertà e debolezze la potenza della sua luce".

L'arcivescovo ha quindi ricordato l'invito di papa Francesco a costruire un nuovo umanesimo che, come quello che appartiene alla storia fiorentina, abbia il volto della carità. Nel saluto finale ha infine ricordato il legame particolare "per i miei preti. Questo “miei” non vuole indicare un possesso, ma una comunione e una responsabilità. Un legame che è anche di compassione, sì di compassione per i miei preti, perché sono sempre meno, sono gettati in un mondo che cambia a cui nessuno è stato capace di prepararli, sono però fedeli e generosi; ve li affido come padri e fratelli".

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