Sfruttati in Italia, architetti cambiano vita in Australia: "Ci ha rimessi al mondo"

Conosciuti a Firenze, sono scappati in Oceania: "Lavoriamo meno e guadagniamo il triplo. Non abbiamo il coraggio di tornare"

In Italia lavoravano come schiavi con stipendi inadeguati. Così hanno tentato la strada dell'Australia. Due "cervelli in fuga" che a casa nostra non erano valorizzati e hanno fatto grande fatica. Oggi sono professionalmente stimati, hanno una qualità di vita molto alta e guadagnano bene. Sono Alessandro e Serena: 35 anni lui, 34 lei. Il modo in cui si sono conosciuti ce lo racconta Serena.

Com'è accaduto il vostro incontro?
Ci siamo conosciuti studiando architettura all'Università a Firenze grazie ad amici comuni. Io sono originaria della provincia di Matera e vivevo allo studentato, lui di Scandicci. Adesso sono 13 anni che stiamo insieme.

Come avete deciso di partire per l'Australia?
Siamo stati attratti dalle opportunità di lavoro che offre. Dopo che sono diventata architetto in Italia ho iniziato a lavorare a partita Iva anche 15 ore al giorno, senza fine settimana né ferie, Alessandro dopo la laurea ha fatto ancora più fatica. Non avevamo molto da perdere e così abbiamo tentato.

Com'è stato l'impatto?
Le regole australiane sono molto rigide: siamo rientrati per un pelo nel "working holiday", il permesso temporaneo di lavoro che viene concesso in Australia. Alessandro è partito tre giorni prima della scadenza fissata dei 31 anni per arrivare nel Paese. 

E lì che realtà avete trovato?

Siamo partiti senza troppe pretese ma ci siamo trovati subito bene. Siamo andati prima a Perth, nel west: siamo stati lì sei mesi. Lui ha lavorato come cameriere, io quasi subito come architetto perché avevo già esperienza. Sapevamo che a Sidney le cose sarebbero state più facili per il lavoro e siamo andati là trovando entrambi occupazione come architetto.

Per l'esattezza, di cosa vi occupate adesso?
Io progetto residenze, Alessandro ospedali. Il permesso ci è stato rinnovato perché lo ha chiesto l'azienda dove lavoravo, altrimenti oltre un anno non puoi rimanere. Ora guadagno il triplo di quello che guadagnavo in Italia. La vita costa molto di più, ma c'è tutto un altro modo di affrontare il lavoro.

Cioè?
Gli australiani vivono per il mare: sono più sportivi ma anche pigri. Si dice che il lavoro in Australia sia una pausa fra una birretta e il surf. Salvo casi straordinari si lavora non più di sette ore e mezza al giorno e il venerdì si stacca prima: si usa andare a bere una birra insieme ai colleghi dopo la fine della settimana. A Natale siamo stati due settimane in Nuova Zelanda, a Pasqua dieci giorni in Giappone e adesso siamo in ferie per un mese in Italia.

Insomma la "bella vita" non è quella che si fa in Italia?
In Australia io ho ricominciato a vedere il cielo, non lo guardavo neanche più. Hanno ritmi più tranquilli, ora ho persino il tempo di annoiarmi. Poi noi europei siamo abituati a fare molte più cose di loro e siamo visti come l'eccellenza nel lavoro. Però entrambi sogniamo un giorno di tornare, magari non in Italia perché le opportunità non sono molte, ma in Europa sì. La lontananza con la famiglia e gli amici alla lunga si fa sentire.

E adesso?
Per restare in Australia potevamo scegliere di rinnovare temporaneamente il visto lavorativo, oppure chiedere la residenza. Abbiamo scelto la seconda per non avere vincoli professionali. Abbiamo lasciato la scelta all'Australia: se ci vorranno rimarremo lì, altrimenti proveremo da un'altra parte in Europa.

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E con gli australiani si socializza?
Gli australiani sono molto gentili ma è difficile socializzare con loro. Però l'Australia è un paese multiculturale e multietnico e si lega molto di più con le tante persone provenienti da vari paesi, dal Sudamerica all'Asia, passando per gli italiani che in un primo momento abbiamo evitato per imparare meglio la lingua: Ale aveva vissuto già all'estero da piccolo, ma io partivo quasi da zero. Adesso però non abbiamo il coraggio di lasciarla: si sta troppo bene. 

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