Martedì, 3 Agosto 2021
Cronaca

Betori choc: "Do le dimissioni al Papa"

Il cardinale, arcivescovo di Firenze, annuncia che si ritirerà a fine 2021. "Viviamo nella cultura del provvisorio, c'è un problema di spiritualità. Il vero tema è il lavoro"

Il cardinal Betori darà le dimissioni al Papa. Lo farà alla fine del prossimo anno, poiché nel 2022 compirà 75 anni. Lo ha annunciato lo stesso arcivescovo di Firenze. 

Nel corso del tradizionale incontro natalizio con i giornalisti - quest'anno virtuale -, ieri Betori ha sottolineato anche che "il vero tema dei prossimi mesi sarà quello del lavoro e della ripresa. Il vaccino potrà arginare il problema sanitario, ma le prospettive economiche e sociali restano preoccupanti".

In questi mesi, ha detto Betori, la Chiesa ha sviluppato "un’intensa attività caritativa, anche perché è aumentato in modo esponenziale il numero delle persone che hanno bisogno di aiuto".

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Nel territorio diocesano, ci sono 84 centri di distribuzione di pacchi alimentari; ne distribuiscono migliaia ogni mese a famiglie e singoli. Le mense consegnano 1.700 pasti al giorno tra pranzo e cena, mentre il Centro missionario medicinali ha spedito 25 tonnellate di medicinali e dispositivi anticovid in Italia e nel mondo. A Firenze ha distribuito 958 chili di prodotti.

"Quest’anno - ha ricordato ancora l'arcivescovo - abbiamo avuto un crollo nella raccolta delle offerte, la cassa per i poveri adesso è quasi vuota. Questo pesa molto sulle parrocchie: quest’anno si è potuto ricevere fondi straordinari che la Cei ha elargito attingendo ai fondi arretrati dell’8 per mille. Tutto il lavoro della Caritas si appoggia in gran parte sui contributi dell’8 per mille. Chi si pone contro questo sistema non pensa a tutto quello che viene fatto con quei fondi".

Il Natale, secondo Betori, ci invita a riscoprire proprio il tema del dono. L'arcivescovo ha anche rinnovato i suoi due inviti: fare il presepe nelle case, nei negozi, nelle scuole; abbellire i tabernacoli mariani con fiori e lumi.

L'ultima lettera pastorale

E a proposito della sua nuova Lettera pastorale, ha affermato, "è un testo non facile, distante dal pensiero omologato della nostra società. Richiede riflessione, l’impegno della lettura. Sarà l’ultima visto che non manca molto alla fine del mio servizio a Firenze".

Betori infatti ha ricordato: "A febbraio 2022 compirò 75 anni, qualche mese prima darò al Papa la mia disponibilità e mettermi da parte. Sono pronto a tutto, a smettere il 26 febbraio o a continuare se il Papa lo vorrà. Ho fatto sempre così nella mia vita, quello che mi chiedevano i miei superiori io l’ho fatto, e il mio superiore in questo momento è il Papa".

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"Nei prossimi due anni in Toscana ci saranno diversi avvicendamenti - ha aggiunto Betori - questi anni sono stati anni di profonda unità tra noi vescovi toscani, e chiunque dovrà inserirsi troverà un territorio coltivato, un tessuto di relazioni buono. Lo abbiamo visto con il documento che abbiamo presentato ieri, per proseguire la riflessione sul discorso del Papa".

Crisi vocazionale

A proposito del Seminario e della situazione vocazionale, Betori ha affermato: "è una delle ferite del mio episcopato. Quando sono arrivato ho ordinato 7 nuovi preti, quest’anno nessuno, è una situazione di gravissima crisi. Quest’anno abbiamo avuto un nuovo ingresso in seminario, ma nessuno all'anno propedeutico. Situazione tragica, come quella dei matrimoni. Crisi vocazionale che riguarda la condizione umana, per cui non si affronta la strada del matrimonio. La cultura nella quale viviamo è la cultura del provvisorio, della molteplicità delle esperienze. Questo va contro una scelta per la vita come il sacerdozio o il matrimonio. Poi c’è un problema di spiritualità, la vita sacerdotale appare meno attrattiva. Scelte di vita come quelle di don Carso Guicciardini, Ghita Vogel, trovano un humus meno favorevole".

Firenze

A proposito della situazione cittadina, svuotata dai turisti: "Firenze non deve rinunciare alla propria identità, che è una identità di bellezza offerta a tutti. L’obiettivo però non è ritornare alla fruizione massiva, anche caotica, di cui ero testimone dalle finestre dell’arcivescovado. Un turismo slow, più lento, più leggero, più umano per usufruire della bellezza: questo può essere il modo di vivere l’arte. Una strada meno remunerativa forse, ma capace di salvaguardare la nostra identità senza rinchiuderci".

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