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Cronaca

L'attrice Gaia Nanni: “Abortire a Firenze non è stato per nulla facile, iter disumano”

L'attrice racconta la sua storia dopo la decisione della Corte Suprema Usa, che ha annullato la sentenza che garantiva alle donne statunitensi il diritto all'aborto a livello costituzionale

“Io sono di Firenze e abortire a Firenze non è stato per nulla facile”. Comincia così la lettera aperta pubblicata su Facebook dall'attrice fiorentina Gaia Nanni, all'indomani della sentenza della Corte Suprema Usa, che ha annullato la sentenza del 1973 che garantiva alle donne statunitensi il diritto all'aborto a livello costituzionale.

“Sì, lo so. Avrei potuto scegliere un inizio più romanzato e farvi entrare piano piano in una trama con un lieve parapendìo su 'Cavolo, ma sembra che anche lei allora. Sembra, leggendo tra le righe, che sia capitato a lei oppure ad una sua amica'. Niente smancerie. Ci entrate dentro come ci sono entrata io: senza nessuna formalità”, prosegue l'attrice, che ripercorre dopo molti anni quella la sua esperienza.

“La brava ginecologa che mi seguiva da una vita era obiettore, nulla può fare per me che non avesse offeso nostro Signore quindi entro nell'iter del troviamo qualcuno che metta una firma e attesti che effettivamente io voglia davvero interrompere la mia gravidanza'. Ero minorenne? No. Ero in un centro di accoglienza rifugiati e non parlavo una parola di italiano? No. Ero una donna che voleva mettere fine alla sua gravidanza ma la sua firma a nulla serviva. Faccio più incontri con una psicologa ed una assistente sociale che alla fine della prima seduta mi dice 'vede, lei è emotivamente scossa. Piange. Non siamo sicure che lo voglia davvero. Rifissiamo un altro appuntamento'. E passano i giorni. Che sembrano mesi. Le settimane, anni. Arrivo alla benedetta firma con annessa ecografia che attesti la gravidanza in corso. Il medico mi fa sdraiare. Non mi guarda in faccia. Non parla con me. Si gira verso la specializzanda e dice mentre mi visita: 'Questa ha l'utero retroverso'. Da quel momento 'quella' - che sono io - finisce in ambulatori e stanze dove si mettono al mondo bambini, accanto a chi chiama la futura nonna e a chi ha già scelto il nome, e te? E Quella? Io no. Non mi chiedono un numero di telefono. Non mi chiedono se avessi un accompagnatore all'accettazione. Ricordo solo lo sguardo gentile di una infermiera che mi portò del the e dei biscotti”, scrive Nanni.

“Sono passati molti anni da allora. Mi chiedo se serva ancora oggi la firma di qualcun altro che ci dica cosa possiamo fare del nostro corpo e della nostra vita. Il dolore di quello che è stato non ve lo racconto, l'unico balsamo sarebbe non farci passare nessuna altra donna da quell'iter disumano. Oggi che tutti ci indigniamo, giustamente, per la mostruosa sentenza della Corte suprema Usa sull’aborto, ho voluto raccontarvi questa storia. La mia storia. Perché ancora una volta – conclude Nanni -, non si tratta solo di me e perché rendere difficile l'applicazione di un diritto equivale a negarlo”.

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