Psicologia: nel cuore della mente

Psicologia: nel cuore della mente

Shoah: perché si vuol perdere la memoria di quando l'uomo rinunciò alla sua umanità?

L'analisi del dottor Loris Pinzani

Esiste un filo continuo e tenace che unisce una condotta che si presta a ridimensionare il genocidio della seconda guerra mondiale e la cecità che l'essere umano esprime in ogni occasione in cui desidera annullare il passato. Ne sono prova l'intensità di vanificare una verità storica distinta da evidenze inconfutabili, simbolo di un disastro umano che somiglia fin troppo spesso ad ogni passo della contemporaneità. La stessa psicologia è una evidenza di quanto si dice, dal momento che quando l'uomo non vuole vedere una condizione in grado di suscitare in sé il disagio, semplicemente ed incredibilmente non ne osserva la presenza. È quello che accade quando un soggetto affetto da abuso di sostanze stupefacenti non provvede a cambiare il proprio percorso di vita mediante una psicoterapia ed attende che qualcosa muti in sé stesso in modo autonomo, mentre procede verso conseguenze via via più complesse da debellare.

In una cospicua parte del mondo confutare il disastro razziale avvenuto durante la seconda guerra mondiale è un reato senza il dubbio del concetto; in esso viene distinta l'ipotesi di una cecità pericolosa, potenziale preludio di altre, in cui l'uomo non solo non comprende il peso di una realtà storica, ma si dispone alla disattenzione circa l'ipotesi che esso possa ripresentarsi. 

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La gravità è nella capacità di riuscire ad ignorare un evento efferato, incomprensibile senza accedere ad aspetti psichici insidiosi. Per questi motivi contestare la presenza di chiunque sia portatore di questi significati è pericoloso, indicativo di una distrazione che nessuno può permettersi. In chi vi sia trascuratezza verso questi temi, non vive necessariamente una forma di negazionismo, ma certo non vi è comprensione di quale sia stata e quale sia la gravità di un'epoca recente e disastrosa, contornata di fatti che l'hanno promossa, ove l'uomo ha dato la sua parte peggiore, scegliendo di non vedere non solo la storia che gli si svolgeva di fronte talvolta per sua stessa mano, ma soprattutto ignorando la richiesta implicita di pietà, soffocata consecutivamente, eppure intrinseca nell'uomo che esprima equilibrio.

Per questi motivi intimi e generali non si è trattato solo del genocidio nazista, ma della capacità di ignorare il bisogno di evitare l'eccidio. "Contestare" qualunque testimonianza di un evento di questa portata significa mitigare la realtà della storia, privandola del suo significato istruttivo, voltando la testa ancora di fronte ad una sofferenza che è avvenuta, che si è ripetuta e potrebbe ripetersi. Questo è il danno in cui la grande ipotesi antiumana, consiste nel ridimensionare, anche senza voler ignorare, il messaggio dell'evento storico, sottraendosi dall'osservare un patimento di questa entità, esponendosi al rischio che questa cecità si reinneschi. Certo è che se si desidera non vedere una tragedia, è per un sentimento di paura verso la propria e l'altrui inefficacia: chiunque offuschi un evento di questa portata vive un timore che va al di là di quanto egli possa dar conto a sé stesso, esprimendo un timore di vivere così radicato da volerlo estinguere senza averne percezione.

Negoziare o sminuire la storia equivale a mentire sull'uomo, nell'esposizione di un disastro che l'umanità deve imparare a conoscere, conservandone la memoria spoglia di qualunque altro peso. Ognuno reduce da ogni disastro sociale rappresenta la vittima di una caratteristica che rischieremo di ignorare, tanto tremenda quanto sconosciuta, dispersa nello spazio psichico in cui talvolta è possibile perdere la ragione e dar voce ad un odio folle ed insensato. Ogni obiezione si assenti di fronte al peso della testimonianza non solo della Shoah, ma del limite umano che essa testimonia e che si materializza nel non osservare una parte potenzialmente distruttiva, comunque presente tra le pieghe della mente come un parassita letale e nascosto.

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