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Foto di Engin Akyurt da Pixabay

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Dpcm: il senso della restrizione nella psiche umana 

L'analisi del dottor Loris Pinzani

L’emergenza che abbiamo di fronte ha una caratteristica frequente in ogni condizione problematica dell’esistenza, ossia è in gran parte ignota. Questo non significa che non se ne sappia niente, ma certamente parte degli effetti, le conseguenze, le cause e le condizioni attigue sono sconosciute. Come spesso fanno gli esseri umani organizzati in società democratiche, vi sono reazioni a tratti scomposte, spesso spropositate in eccesso o in difetto, ma nel loro ritardo o nella loro parzialità comunque rivolte ad arginare un problema collettivo. In questa seconda ondata infettiva, a distanza di un periodo di circa dieci mesi dalla precedente, non esiste più il dubbio se si tratti di un problema sociale o meno: il problema c’è, sui motivi e quanto siano adeguate le reazione politiche possiamo parlarne oppure divergere. Ma la mascherina si porta! Questo al di là di tutti i problemi di posti dall’ossigenazione o dai danni causati dal gel santificante o dal respirare ed i batteri trattenuti dal tessuto. Il problema c’è e fino a quando non troviamo una soluzione, la cosa da fare è quella di attenersi alle regole. La sensazione è che non siano contestate le regole in sé, ma piuttosto il fatto di dover accondiscendere ad esse in una forma di restrizione della libertà che in questo momento appare secondaria rispetto all’urgenza di evitare i quasi cinquanta morti al giorno solo nella nostra capoluogo di regione. Aldilà di tutto, questi sono numeri che vanno mutati con i mezzi di cui disponiamo. Non altro.


Si può essere di qualunque opinione (tra quelle sensate), certo è che non abbiamo altra possibilità se non quella di arginare il problema. Esiste un dibattito politico e civile per rendersi omogenei ad una condizione esposta o opporsi ad essa, ma la cosa migliore che possiamo fare in questo momento è di uniformarsi ad una richiesta. Questa è la democrazia.

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