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Diario di una donna

Diario di una donna

A cura di Federica Sazzini

Sono una ingegnera energetica con phd in ingegneria industriale, eppure quando mi sono diplomata al liceo classico mai avrei pensato che avrei fatto questo nella vita (e mia madre tuttora si domanda come sia stato possibile che sia finita a trascorrere la mia vita fra i numeri). Amavo leggere e non ho mai smesso di farlo. Poi, come spesso accade quando si legge tanto, mi è venuta la voglia di scrivere. Nel frattempo sono diventata mamma di tre figli piccoli che assorbono le mie migliori energie. E così adesso quelle che mi restano le sfrutto per scrivere articoli, racconti e romanzi.

Diario di una donna

Le storie che dovreste ascoltare

A cura di Federica Sazzini

“Samin è venut qua con la sua famiglia perchè dove viveva mettevano il velo alle donne. Ma non solo il velo mamma, proprio tutto, anche gli occhi, ci restava una fessura e basta. Per fortuna sono andati via e ora stanno qua”. Mia figlia ha sette anni e mi riporta in maniera confusa le storie che le raccontano le compagne di classe. “Invece Happy mi ha detto che nel paese dove viveva c’era una pietra enorme, e poi la pietra è caduta sulla sua casa e l’ha distrutta, per fortuna non c’era nessuno in casa. Però hanno perso tutto, e allora hanno chiesto l’elemosina, e poi sono venuti qua”. Non so nulla delle bambine della sua classe se non quello che mia figlia mi racconta. Non ci vuole però un grande intuito per capire che sono arrivate in Italia dopo un percorso non facile, e che quando sono arrivate non avevano quasi nulla. Luisa è molto affezionata a entrambe. E mentre mi racconta queste storie io penso.

Penso all’ultimo film di Ken Loach, “The Oak Tree”. In un paesino nel nord dell’Inghilterra arrivano alcune famiglie di profughi siriani, è il 2016. Il paese, dopo essere stato per lungo tempo una importante sede mineraria, vive una lunga fase di decadenza. C’è molta disoccupazione e molte famiglie si trovano a dover scegliere se mettere la cena in tavola o accendere il riscaldamento.

I residenti di lunga data protestano per l’arrivo dei profughi. Vedono che ricevono delle donazioni, poche cose in realtà, ma non lo accettano. Loro sono lì da prima, hanno vissuto l’agonia di quel paese e non gli è mai stato dato niente. La loro rabbia è legittima. Ma la indirizzano al destinatario sbagliato.

A volte regalo piccole cose a persone che ne hanno bisogno. E mi arrivano alle orecchie commenti sgradevoli. “Guarda che a loro danno tutto gratis”. “Hanno la casa popolare, non pagano né affitto né bollette”. “Tengono la moglie a casa così non dichiarano nulla e hanno un sacco di benefit. Oppure lavorano a nero.” “Fanno un sacco di figlioli perchè tanto glieli manteniamo noi”. “Si fanno mettere sempre incinte così non vanno in galera”.

Io mi stringo nelle spalle e fingo di non sentire. Mi vengono dei dubbi, come è normale che sia, specialmente quando certi commenti mi arrivano da persone di cui mi fido e ho stima. Per questo le parole del protagonista del film di Ken Loach sono state una sorta di epifania. “Quando si cerca un capro espiatorio, si guarda sempre in basso e mai in alto”. Ed è proprio così.

Siamo pronti a scagliarci contro chi sta peggio di noi e non ha nulla, perchè è più facile che alzare la voce con chi sta in alto e decide veramente delle nostre sorti. Forti con i deboli e deboli con i forti. Io non so dove vivano le compagne di Luisa, come siano arrivate qui, se abbiano lo status di rifugiati, se noi come collettività li aiutiamo in qualche modo. Penso però che quando ci scontriamo con delle ingiustizie e con delle difficoltà il dito vada puntato in alto. Contro chi si arricchisce alle nostre spalle, speculando nella finanza, nell’immobiliare, nelle lobby industriali, facendo affari nelle aule di governo.

Non contro chi occupa tre stanze in una casa popolare. Lì, al massimo, ci trovate una famiglia di cui, forse, dovreste ascoltare la storia.

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