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Diario di una donna

Diario di una donna

A cura di Federica Sazzini

La nube del gender pay gap: "Ragazze svegliatevi!"

A cura di Federica Sazzini

Il Gender Pay Gap (divario retributivo di genere) è definito come la differenza tra la retribuzione oraria lorda media di uomini e donne espressa come percentuale della retribuzione oraria lorda media degli uomini. Viene calcolato per le imprese con 10 o più dipendenti. In Toscana le donne guadagnano il 21,1% in meno degli uomini Questo è il dato che è emerso durante l’evento nazionale “Prime donne in un mondo dispari: storie di legge e di giustizia”. Significa che per avere la stessa retribuzione di un uomo una donna dovrebbe lavorare ogni giorno 9.7 ore invece di 8.

Significherebbe che la vostra collega di scrivania smetterebbe di lavorare due ore dopo di voi e quelle due ore non le verrebbero pagate, sarebbero gratis. Perché? Difficile rispondere a questa domanda.

Il gender pay gap non tiene conto della mansione svolta. Mette insieme la retribuzione oraria di una cardiochirurga con quella di un commesso di Intimissimi. Tanti anni fa, fresca neolaureata, fui invitata ad una conferenza organizzata dalla Fondazione Bellisario.

Una delle speaker disse che una ragione del gender pay gap è da ricercare nel fatto che le donne scelgono (o vengono avviate) a professioni meno retribuitve. Le donne sono la maggioranza delle iscritte alle università umanistiche, si contano sulle dita di una mano invece negli istituti tecnici.

All’ITI Leonardo Da Vinci di Firenze insegna informatica un’amica ingegnera gestionale. Nelle sue classi non c’è una ragazza. Eppure, mi dice, gli studi tecnici sono difficili e appassionanti, e le ragazze, che sono mediamente più brave dei colleghi maschi alle scuole medie inferiori, potrebbero riuscire molto bene in questi studi. Eppure sembra quasi che sia disdicevole per una ragazza diventare perito meccanico o informatico.

Meglio prendersi un diploma qualunque e poi andare a infittire le fila degli iscritti alle discipline che mediamente portano a un futuro meno redditizio (non me ne vogliano gli amici laureati in lettere o psicologia, ma da anni si sa che il numero di laureati in queste discipline è molto maggiore del necessario).

Il punto è che le giovanissime ragazze arrivate alla fine delle scuole medie inferiori farebbero bene a porsi la domanda di cosa faranno da grande. E cosa faranno come lavoro, dove lavoro significa una mansione per cui si viene pagati. E se decidere a quattordici anni è difficile, lo facciano a diciannove. Non viviamo più nell’Inghilterra Vittoriana in cui le donne dovevano studiare solo discipline gradevoli di modo da poter sostenere conversazioni brillanti accompagnando il marito in società.

E invece questa domanda le giovani donne non se la pongono. Studiano, e studiano tanto, sono brave, intelligenti, capaci, ma vengono avviate a carriere non lucrative. Ragazze, svegliatevi! Il futuro aspetta voi, e il futuro è fatto di tante professioni che non devono restare appannaggio degli uomini. E poi...E poi c’è un altro problema, e questo è più nascosto e più crudele. A pari mansione, e con pari qualifica professionale le donne vengono pagate meno degli uomini. E questo sì che è un problema difficile da risolvere. Perché è un’informazione nascosta, perché le aziende sanno che se a un uomo propongono 100 a una donna possono proporre 80 per la stessa identica posizione e la donna accetterà.

Sarebbe bello che nelle aziende ci fosse trasparenza, e che le aziende fossero obbligate a comunicare il gender pay gap a parità di mansione nello stesso modo in cui a fine anno pubblicano i bilanci. E forse così, cambierebbe qualcosa.

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