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Domenica, 4 Dicembre 2022
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Storia di un'opera in fuga: il Laocoonte cerca casa in Italia, ma nessuno (al momento) si fa avanti

L'opera dell'artista fiorentino è esposta alla Biennale dell'Antiquariato di Firenze

Il Laocoonte di Vincenzo de' Rossi cerca casa. Ma non una casa qualsiasi, cerca un'abitazione fiorentina e se non fiorentina almeno toscana o italiana. Questa è la volontà dei proprietari della scultura Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli della Laocoon Gallery di Londra. Il maestoso capolavoro dell’inquieto allievo di Baccio Bandinelli, nato a Fiesole nel 1525 e morto a Firenze nel 1587, per l'ultima volta potrebbe essere visibile in Italia. L'opera è esposta alla Biennale d'Antiquariato a palazzo Corsini, che inaugura il 24 settembre, e proprio in questa sede Apolloni e Cardarelli sperano che un compratore toscano, pubblico o privato, faccia loro un'offerta per impedire che il Laocoonte venga acquistato fuori dall'Italia.

"Spero che qualcuno si faccia avanti. Anche il sindaco Dario Nardella ha lanciato un appello affinché l'opera non venga dispersa. Potrebbero mettersi d'accordo quattro mecenati per acqustarlo e poi darlo al Comune" spiega a FirenzeToday Apolloni tra lo sconcertato e il dispiaciuto. "Io la mia parte l'ho fatta, l'ho riportato a Firenze e mi piacerebbe che qui rimanesse, ma non sono un ente benefico per me spostare il Laocoonte è un costo importante, si parla di migliaia e migliaia di euro". Il prezzo di vendita è di 2 milioni di euro e a tale proposito Apolloni ironizza parlando del costo al chilo del gruppo scultoreo: "Pesa 2 tonnellate, non è molto al kg".

"Sarebbe bellissimo se potesse essere esposto a Palazzo Vecchio, in questo modo si ricongiungerebbe alle altre opere di Vincenzo de' Rossi" aggiunge Monica Cardarelli. Nel salone dei Cinquecento del palazzo comunale, infatti, sono esposti i gruppi scultorei delle Fatiche di Ercole di Vincenzo de' Rossi. A Firenze però le opere dell'allievo di Baccio Bandinelli non sono finite, c'è uno dei termini di palazzo Vecchio, la figura maschile; il marmo di Teseo ed Elena nella Grotta del Buontalenti a Boboli e infine il suo Adone morente - per secoli, fino al 1910, attribuito a Michelangelo - conservato al Museo del Bargello.

"Abbiamo delle richieste, ma sono tutte dall'estero e io voglio aspettare e sperare che il Laocoonte possa restare a Firenze. La Biennale si concluderà il 2 ottobre, fino a quella data c'è tempo, poi l'opera lascerà l'Italia" ha concluso Apolloni. Curiosa è l'offerta arrivata da un privato turco: "Mi ha detto che la vorrebbe portare a Troia". Quest'idea è interessante perché Laocoonte era un personaggio della mitologia greca, in particolare era un abitante di Troia. 

Dario Nardella ha dichiarato che il Comune non acquisterà l'opera poiché come sindaco deve fare delle scelte e "tra aiutare le famiglie e le aziende per la crisi energetica, o comprare il Laocoonte, per me non c'è discussione, aiutiamo sull'energia la città". Allo stesso tempo però si augura che "altre istituzioni pubbliche, o comunque istituzioni del nostro territorio, possano farsi avanti perché non si disperda questo importante tassello del patrimonio culturale del nostro Paese".

La storia del Laocoonte di Vincenzo de' Rossi

Il Laocoonte pesa due tonnellate ed è alto 2,10 metri. Fu realizzato da de' Rossi, precursore dell’estremismo espressivo barocco, nel 1584 per la famiglia fiorentina Della Sommaja. Di particolare bellezza e impatto visivo, l'opera fu accolta e acclamata proprio come il Laocoonte antico (esposto nei musei Vaticani) quando fu ritrovato nel 1506 e riconosciuto come l’opera di Agesandro, Atenodoro e Polidoro che Plinio il Vecchio aveva visto nella residenza dell’imperatore Tito e di cui aveva scritto.

La storia di quest'opera è particolare e il suo ritorno in Italia risale solo al 2006, quando Marco Fabio Apolloni decise di riportarla in patria e di esporla nella galleria W. Apolloni di via del Babuino, fondata a Roma nel 1926. Nel 2014 la scultura viene poi spostata nei locali di via Monterone, dove inizia l'attività della Galleria del Laocoonte fondata da Cardarelli e Apolloni (la loro Laocoon Gallery di Londra unisce le due gallerie romane: una specializzata in arte antica, l'altra in arte del primo Novecento). Prima di trovare casa nella capitale, il Laocoonte ha viaggiato molto: scomparso per quattro secoli, riaffiorò misconosciuto in un’asta giudiziaria del 1987, tra gli arredi che ornavano un castello a La Mercerie in Francia, nel dipartimanento della Charente della regione Nuova Aquitania. Il castello, ancora esistente, è il frutto della bizzarra passione per Versailles dei fratelli Raymond e Alphonse Réthoré: i due volevano ricreare una piccola reggia a pochi chilometri da Angoulême (capoluogo della Charente).

Il gruppo fu prontamente identificato come la perduta opera di Vincenzo de' Rossi, nominata da Raffaello Borghini nel trattato d’arte Il Riposo datato 1586 (solo quattro anni dopo la creazione dell'opera). Nel 2018 la scultura è stata esposta al Museo d’Arte Occidentale di Oueno a Tokyo, al centro della mostra "Michelangelo and the Ideal Body" ideata e curata dalla storica dell’arte Ludovica Sebregondi, curatrice della Fondazione Palazzo Strozzi, e dall’archeologo Takashi Iizuka.

Le caratteristiche artistiche dell'opera

laocoonteLa scoperta del 1506 del Laoconte influenzò lo sviluppo dello stile di Michelangelo, nell’acme dell’arte del Rinascimento che presto si mutò in Manierismo. Nel 1520, Baccio Bandinelli intraprese l’esecuzione di una copia, dapprima destinata in dono al re di Francia, ma poi tenuta per sé dal committente, il cardinale Giulio de' Medici, poi papa Clemente VII. È il marmo che oggi è posto al termine del corridoio di ponente degli Uffizi. A differenza del maestro, Vincenzo, non copiò il marmo ellenistico, ma ne accentuò la carica drammatica cambiando la posa di Laocoonte, dei suoi figli e anche dei serpenti marini. 

Laocoonte torce per il dolore il busto verso destra fino all’impossibile, i figli mutano il contrapposto delle braccia e delle gambe secondo un’armonica asimmetria che conchiude l’intero gruppo entro un ideale schema di curve che intersecandosi formano una mandorla. Il serpente che nell’originale greco morde il fianco di Laocoonte, in questa opera morde il disgraziato sacerdote troiano sulla testa, un’idea che de' Rossi forse mutua dalla vela Sistina di Michelangelo, quella del “Serpente di bronzo”, dove compare all’estrema destra una testa barbuta azzannata in maniera egualmente drammatica.

Se nel Laocoonte ellenistico l’istante è fermo al culmine del dramma in un momento in cui l’uomo ancora resiste con tutte le sue forze all’attacco bestiale, in quello di Vincenzo de' Rossi è come se l’azione fosse rappresentata qualche fotogramma più in là, più vicina al tragico esito finale della lotta. Se quello greco è un momento di perfezione dell’arte classica, e quello di Bandinelli rappresenta l’illusione di aver superato il modello antico, il Laocoonte di Vincenzo de' Rossi esprime chiaramente la volontà di andare oltre il modello, alla ricerca di una maniera d’esprimersi più espressiva, anche a spese della bellezza.

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