Ma i nostri numeri sul dissesto intimano la prevenzione

In Toscana 7 capoluoghi su 10 presentano il 100% del territorio classificato come a rischio idrogeologico: tra questi la stessa Firenze

di Nanjo29

Prevenire è meglio che curare, si sa. Eppure non è così scontato e spesso lo si ricorda, amaramente, solo quando è ormai tardi. Il rischio idrogeologico è uno di quegli ambiti spesso presi sottogamba, nonostante la consistenza dei dati e gli ultimi, terribili fatti di cronaca in Sardegna sono solo l’ultimo doloroso episodio di tragedie annunciate.

L’ultimo documento dell’ A. N. B. I., l’Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni, fotografa con estrema chiarezza la situazione: i comuni a elevato rischio idrogeologico sono 6.633 (oltre l’80 per cento), le persone che abitano in un territorio ad alto rischio toccano quota 6 milioni e quelle in zone a rischio medio 22; gli edifici esposti a frane e alluvioni sono 1.260.000 (dei quali 6.251 scuole e 531 ospedali). La Penisola ha bisogno di costanti e organiche azioni di manutenzione anche per l’intensa urbanizzazione e la forte antropizzazione: conta 189 abitanti per chilometro quadrato (contro i 114 della Francia e gli 89 della Spagna), che vanno dai 68 della Sardegna ai 420 della Campania.

In Toscana, in particolare, sono ben 280 i comuni a rischio idrogeologico, e tra i 10 capoluoghi, ben sette presentano addirittura il 100% del territorio classificato a rischio: tra questi, assieme a Livorno, Lucca, Massa, Pisa, Prato e Pistoia, c’è la stessa Firenze. Seguono Arezzo, Siena e Grosseto, rispettivamente con il 97, il 94 e l’86 per cento delle municipalità considerate a rischio.

È importante a questo punto definire che cosa si intenda per dissesto idrogeologico. Si definisce così l’effetto di quell’insieme di processi morfologici che producono modificazioni territoriali in tempi da relativamente a molto rapidi, spesso interagendo in modo negativo o distruttivo sulla vita e le opere dell’uomo, assumendo di conseguenza una grande rilevanza sociale ed economica. Non necessariamente si tratta di fenomeni legati al “degrado” del territorio, spesso in realtà riguarda anzi quei fenomeni naturali, quali frane, smottamenti, processi erosivi e fluviali, che nel corso di centinaia di migliaia di anni hanno modellato il paesaggio, rilievi, coste e pianure. La stessa influenza dell’uomo su tali processi non è ben quantificabile, sebbene alcune modifiche dirette del territorio (disboscamenti e usi del suolo non idonei) e altre indotte sul clima a scala globale possono certamente averne intensificato l’azione. È un dato di fatto comunque che i costi a carico della collettività conseguenti al dissesto idrogeologico sono in continuo aumento e motivano gli sforzi, che non sono però mai abbastanza, per le attività di conoscenza, previsione, prevenzione e mitigazione degli effetti.

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