Renzi attacca il ministro Bray e assicura: "Il Maggio non è morto"

Il sindaco in una lettera analizza la situazione dell'Ente fiorentino e affonda sul governo: "Fino a oggi il ministro Bray si è purtroppo mosso in linea di perfetta continuità con il dolce far nulla dei suoi predecessori"

Nel giro di 24 ore Renzi ha dato la misura plastica delle faccende che stanno ruotando attorno a Palazzo Vecchio. Due scritti, uno via mail, sulla carta indirizzato ai suoi affezionati (sulla carta, perché poi anche una E-news come quella di ieri, con il durissimo attacco alle correnti che si divertono a fare il “tiro al piccione”, rappresenta un pezzo cristallino di dialettica politica stratificata e asprissima). Il secondo, inviando una lettera al Corriere della Sera, in cui focalizza l’attenzione su un tema all’apparenza tutto nostrano, la delicata situazione del Maggio fiorentino. Lo stesso sindaco, due partite, distanti e contigue, e una città divisa tra questioni  e beghe nazionali che si fanno locali e viceversa.

Così, dopo le ‘mazzolate’ date ieri all’apparato Pd (di mezzo l’elezione alla segreteria e la partita per Palazzo Chigi), questa mattina ha indossato nuovamente la fascia tricolore e si è lanciato in una delle vicende sensibili di Firenze, il Maggio appunto.  “Se lo Stato – ha scritto sul Corsera – ritiene strategica la musica, deve avere il coraggio di scegliere quali fondazioni finanziare e quali no, e non rifiutare criteri di merito e di coerenza. Se lo Stato vuole dare una mano, deve contare su un ministro della Cultura che finalmente rinnovi il contratto dei lavoratori del settore cancellando anacronistici privilegi. Fino a oggi il ministro Bray si è purtroppo mosso in linea di perfetta continuità con il dolce far nulla dei suoi predecessori”.

Anche dal Maggio passa la polemica, appena in erba, solo mormorata, tra Renzi e l’amico Letta? Parrebbe di sì. Lo Stato cincischia, il ministro, che non ha sposato la linea della liquidazione amministrativa coatta, proposta dal sindaco e dal commissario Bianchi, è immerso nel “dolce far nulla”. Il giorno dopo la stilettata all’establishment del Pd, assestare un bel gancio sinistro ad un ministro il cui garante, Letta, potrebbe diventare il pericolo numero uno per la sua corsa alla premiership, comincia ad essere abbastanza indicativo. E infatti, ‘Matteo’, analizzando la situazione del Maggio fa politica di governo, stende il piano che avrebbe in mente per la cultura, e canta l’ennesimo ritornello sul ‘fare’: “Cambiare il modello di spesa pubblica anche nella cultura è possibile. L’importante è farlo subito”.

MAGGIO – Una continua danza, tra il locale e il nazionale, un passo a due che si dipana lungo tutta la missiva. Un tema, il Maggio, un esempio di ciò che non va su scala nazionale, un’ipotetica cura, un paio di affondi, e poi di nuovo il Maggio che “non è morto”. “Per anni dirigenze conniventi con alcuni sindacati hanno assunto personale in modo sproporzionato, forti di un contratto nazionale che grida vendetta”, continua. Gli sforzi fatti non sono bastati, “anche perché il taglio del Fondo unico per lo spettacolo operato dal governo ha impedito di raggiungere il pareggio di bilancio”. Il pareggio “potrà avvenire soltanto con la messa in mobilità di alcune decine di impiegati amministrativi e tecnici, per i quali il ministro della Cultura si è impegnato formalmente a trovare la soluzione con la Funzione pubblica. Non tocchiamo un orchestrale, non tocchiamo un corista e non si abbassa l’eccellenza artistica del Maggio musicale. Ma proponiamo di cambiare rotta: si smette di assumere perché tanto alla fine qualcuno paga. Si razionalizzano i conti. Si gestiscono i fondi in modo diverso”.

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