Dieci anni di Pd, il politologo: "Non è la casa dei progressisti ma un partito ad alta rissosità"

Intervista al professore di Scienza politica dell'Università di Firenze Marco Tarchi

Dieci anni fa in tutta Italia veniva scelto il primo segretario del neonato Partito democratico con le primarie. La leadership del Pd era contesa da Walter Veltroni, Rosy Bindi, Mario Adinolfi, Enrico Letta e Pier Giorgio Gawronski. Veltroni fu scelto con oltre il 75 per cento dei consensi. Alle primarie parteciparono 3 milioni e mezzo di persone. C'era entusiasmo e la speranza che il centrosinistra riacquisisse una sua struttura e proposta politica vincente dopo gli anni del berlusconismo. Da questa mattina il Partito democratico sta festeggiando il suo decimo compleanno al teatro Eliseo di Roma. Grandi assenti Artuto Parisi e Romano Prodi, padri fondatori del partito. "E' un giorno di lutto e non di festa", ha detto Parisi a Repubblica. Per il professore di Scienza politica dell'Università di Firenze Marco Tarchi il Pd ha disattesso molte delle sue promesse.

Professor Tarchi, 10 anni fa si tenevano le primarie del Partito democratico che scelsero Walter Veltroni come primo segretario dei dem. Cosa è rimasto del progetto iniziale?

Non molto. La vocazione maggioritaria, che si era infranta quasi subito sugli scogli dell’elezione persa nel 2008, è sembrata risorgere con l’exploit del 40% superato alle europee di sei anni dopo, ma si è trattato di un’illusione di breve durata, e le successive fuoriuscite dell’ultimo biennio l’hanno ormai spazzata via dallo scenario. Quello che si presentava come un polo di attrazione per l’intero elettorato progressista si è distinto invece per un alto tasso di rissosità interna, ha perso per strada quasi tutti i suoi “padri nobili” e ha dovuto far ricorso a spezzoni del centrodestra per mantenersi al governo. Anche l’obiettivo di radicare progressivamente nel Paese uno stabile assetto bipolare destinato a trasformarsi in bipartitismo è stato smentito in pieno, anche se di questo fallimento ha condiviso la responsabilità con il fronte berlusconiano, altrettanto sbriciolato.

Quali sono le aspettative disattese maggiormente?

Prima fra tutte, quella di costruire un’identità nuova e coerente – in termini di cultura politica e di programma – attraverso la fusione e la sublimazione delle entità che gli avevano dato vita. Nulla di tutto ciò si è visto. Si sono, sì, verificate aggregazioni fra ex Ds ed ex Margherita, ma solo per creare correnti interne che hanno continuato ad avere idee organizzative e strategiche diverse e a farsi concorrenza per reclutare sostenitori a primarie e congressi. Le grandi innovazioni organizzative promesse sono rimaste sulla carta. E la “nuova politica” promessa dai quarantenni che si erano raccolti attorno a Renzi ha partorito accordi con Alfano e Verdini…

Quali sono le principali fasi vissute dal Pd in questi 10 anni?

La prima, quella dell’entusiasmo per la novità, è durata poco, come ricordavo prima: non è servita a tenere in piedi il governo raggiunto con il risicato risultato del 2006, non ha sancito nessuna svolta maggioritaria e ha finito per partorire dissociazioni a sinistra e a destra. Il tentato ritorno ad una più chiara collocazione a sinistra, con la segreteria Bersani, non ha dato frutti migliori, data la “non vittoria” del 2013. C’è stato poi l’intermezzo ulivista, con l’affidamento della presidenza del Consiglio a Letta, ma sappiamo come è andata a finire. L’inversione di rotta decretata da Renzi ha avuto una parabola che è sembrata molto promettente ma si è drasticamente ridimensionata con la sconfitta referendaria. Da allora in poi mi sembra che il partito navighi a vista, ponendosi come unico obiettivo un esecutivo a mezzadria con Forza Italia, e forse nemmeno come azionista di maggioranza: non una prospettiva galvanizzante.

Nonostante tutto il Pd di Matteo Renzi tiene, i sondaggi sulle intenzioni di voto lo danno ancora come primo partito d'Italia sebbene la differenza con il M5S si faccia sempre più sottile. Non è che il vero populista è Matteo Renzi?

Con la legge elettorale che forse sarà approvata anche dal Senato, tutti i sondaggi danno il Pd sì e no allo stesso livello di rappresentanza numerica dei Cinque Stelle e sotto l’insieme delle forze di centrodestra. Se le cose andassero così, dubito che Renzi avrebbe motivi per cantare vittoria (anche se, dato il suo carattere e il suo stile di marketing, molto probabilmente lo farebbe comunque). La fase del Renzi spavaldo, rottamatore e portato ad utilizzare strumentalmente il gergo e i toni del populismo mi sembra si sia chiusa. Il problema è che non si riesce a distinguerne chiaramente una nuova e diversa. E il governo di “larghe intese” con i berlusconiani non credo aumenterebbe le basi di consenso del Pd.

Nella storia della politica italiana se una compagine politica cambia ha bisogno anche di cambiare nome (basta pensare a tutta l'evoluzione onomastica da PCI a PD oppure da MSI a Fratelli d'Italia). Secondo lei come dovrebbe chiamarsi il Pd oggi?

Un cambio di nome sarebbe, in questa situazione, un’ammissione di insuccesso. In un momento di autocelebrazione come quello del decennale, mi sembrerebbe fuori luogo. Prima di cercarsi una sigla, il Pd dovrebbe trovare un’identità chiara e convincente. Non è un compito facile.

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